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09
ago

Da Sinistra critica al Pcl: una nuova adesione

Cari compagni,

quando 10 anni fa ho scelto di aderire all’area di sinistra del Prc e a Bandiera Rossa lo feci nella convinzione che era necessario costruire dentro Rifondazione una forza comunista organizzata che si rifacesse al marxismo rivoluzionario. Il cui obiettivo di fase era quello di spingere Rifondazione verso la costruzione di un soggetto comunista rivoluzionario che fosse capace di rilanciare una forte opposizione di classe nel paese,che si legasse a livello internazionale con i cicli di lotte che già si annunciavano. In questi anni ho cercato di lavorare su questo progetto, le battaglie portate avanti ad Ostia nel circolo e sul territorio, all’interno del partito contro la presenza nelle giunte di centro-sinistra fino ad arrivare al congresso straordinario del 2000 ne erano parte. Con la nascita di Sinistra Critica pensavo che sarebbe stato un passo in avanti su questo percorso. Con la svolta determinatasi al congresso di Venezia e con l’entrata del Prc al governo era chiaro che si chiudeva un ciclo e che bisogna attrezzarsi per costruire un nuovo soggetto, S.C. doveva tendere verso una propria vita autonoma ed indipendente. Con il primo voto sul rifinanziamento delle missioni militari e la prima finanziaria era evidente la natura del governo(se mai qualcuno avesse avuto illusioni) e l’appiattimento del partito su posizioni governiste. La nostra permanenza nel partito era sempre più difficile costringendoci in una situazione di ambiguità tra fedeltà al partito e necessità di rendere visibile la nostra opposizione. Con l’espulsione di Franco Turigliatto si poteva e doveva consumare la rottura,era il momento giusto per far nascere un nuovo soggetto comunista. I tentennamenti e le varie giravolte del nostro gruppo dirigente ci hanno fatto perdere tempo prezioso portandoci fuori solo quando ormai la situazione era irreparabile(rinvio del congresso,accordo welfare, crisi irreversibile del governo).
Dalla fine della conferenza di organizzazione del Prc ho quindi maturato un dissenso rispetto all’evoluzione di S.C.,questo dissenso si può articolare nei seguenti punti:

a) Democrazia interna e funzionamento. Da tempo ritengo che in S.C. c’è una assenza di circolazione di notizie e di dibattito, in tutte le fasi cruciali della nostra vita politica la discussione interna è stata filtrata e gestita dall’esecutivo in gran parte funzionando da camera di compensazione. Anche nei momenti fondamentali non è stata portata davanti al corpo dell’organizzazione i vari punti di vista consentendo alle compagne e a i compagni di scegliere. La stessa questione sull’uscita dal Prc è stata gestita dall’esecutivo e anche nei momenti assembleari seminari e assemblee non sono mai state portate di fronte ai compagni le varie posizioni, si è sempre mediato prima. Anche ora che siamo un’organizzazione indipendente non vengono fatte circolare i contenuti del dibattito interno all’esecutivo ed al coordinamento nazionale. Questo ha comportato anche degli errori nella costruzione dei gruppi dirigenti privilegiando fenomeni di cooptazione, di restringere la cerchia a compagne e compagni già funzionarizzati nel Prc, utilizzando una logica ereditata dal prc che vede la scelta nelle cerchie vicine senza tener conto dei compagni inseriti nelle realtà di lotta,sindacali e di movimento. Ne è stato un esempio la nomina(?) dell’esecutivo provinciale, in cui non erano presenti compagni in produzione. Anche sulle questioni organizzative non si è avuto la capacità di rompere con vecchie logiche riproponendo la logica dei circoli di quartiere e di paese (S.lorenzo,Pigneto, Colleferro, Genazzano). La questione della costruzione dell’organizzazione non assume un valore centrale, non c’è un cura dell’attenzione su come si costruiscono i collettivi, lasciando tutto alla spontaneità quando va bene oppure non intervenendo a sostegno della costruzione. La formazione politica dei compagni viene lasciata all’autoformazione e non si articola un lavoro sulla formazione e la costruzione dei quadri.

b) Le prospettive. Già da prima dell’uscita dal Prc che dopo, si è andato vagheggiando su un progetto di costruzione della sinistra anticapitalista, di cui non appaiono chiari i contorni della teoria e dei soggetti da coinvolgere. Di fronte ad una crisi epocale e al fallimento della sinistra di alternativa, non basta dirsi anticapitalisti, è necessario ma non sufficiente. E’ necessario lavorare alla ricostruzione di una forza comunista, marxista e rivoluzionaria,anticapitalista e internazionalista, non liquidando nomi e simboli ma rilanciandoli nel vivo della battaglia politica. L’aggregazione non si ricostruisce su un appeal giovanilista e alternativista, ma partendo dai bisogni materiali e dalle masse sfruttate. Il lavoro di aggregazione è faticoso e duro ma è l’unica strada percorribile. Anche nella scelta dei nostri interlocutori bisogna essere chiari: la scelta va fatta verso quei settori che si richiamano al marxismo rivoluzionario e non si può pensare ad aggregazioni con forze come la rete dei comunisti di derivazione stalinista.
La costruzione di una nuova forza comunista avviene anche attraverso campagne mirate che abbiano al centro l’obbiettivo della ricostruzione di un forte movimento di classe. La scelta di fare una campagna sull’iniziativa del salario sociale come S.C. non lavora ala costruzione di una opposizione sociale e di classe e rischia di generare false speranze in uno strumento( legge) che non ha mai determinato risultati. Al contrario una campagna referendaria su precarietà, democrazia, scala mobile, dentro la costruzione di una piattaforma dell’opposizione di classe potrebbe essere strumento di ricostruzione di un ampio schieramento di classe. Il richiamo che viene fatto all’esperienza francese a partire dalla figura di Besancenot e della costruzione del NPA, non tiene in nessun conto della diversità della situazione e del quadro certamente non esaltante della proposta della ligue, sulla quale esperienza e proposta non si è mai affrontata una discussione seria.

c) La Quarta internazionale. Dalla nascita di S.C. è scomparsa ogni forma di riferimento alla Q.I., non c’è più confronto tra i compagn* che a quell’esperienza fanno riferimento. Nessuna discussione su quello che succede in Brasile e in Francia, sulla scelta di costruire partiti anticapitalisti, della presenza di nostri compagni (portoghesi e inglesi) nella sinistra europea. Nessuna discussione sull’evoluzione del progetto Quarta e sul ruolo che svolgono i nostri compagni nel C.E.
A conclusione di questo discorso appare chiare come le mie posizioni non sono conciliabili con quello che è oggi Sinistra Critica e per questo ritengo concluso il mio percorso dentro questo movimento.
Ma questo non significa abbandono della lotta di classe e di un impegno per la costruzione di un soggetto comunista rivoluzionario, e per questo ho deciso di aderire al Partito Comunista dei Lavoratori. Ho fatto questa scelta perché ritengo che i compagni e le compagne che hanno dato vita al PCL, abbiano in questi anni con coerenza, dentro il prc e fuori, lavorato per la costruzione di un partito comunista che per la prima volta dopo le lotte degli anni 60 e 70 metta al centro del proprio programma non la questione del governo ma la rivoluzione. Un partito che rimette al centro della sua iniziativa il conflitto, che vuole rimettere al centro le questioni del lavoro,che lavora alla ricomposizione del blocco sociale anticapitalista. Un partito delle lavoratrici e dei lavoratori, che riaffermi con forza il suo carattere antimperialista e internazionalista, antifascista e antirazzista. Un partito che riesce a coniugare la serietà sul piano organizzativo con la fermezza sui principi e la duttilità nel lavoro politico, un partito che affonda le sue radici teoriche nel marxismo rivoluzionario e che vuole lavorare alla ricostruzione di un’internazionale comunista.

Paolo Tani

09
ago

P.R.C. 1991-2008: Nihil nisi bonum.

CONSIDERAZIONI INATTUALI 3 – di Lucio Manisco

Nichi Vendola e Paolo Ferrero, persone dabbene, honorable men, fino allo scorso aprile ben voluti da quasi tutti al di là delle correnti, degli schieramenti politici, delle responsabilità per la debacle elettorale. Poi a Chianciano (partito sano? Partito nano?) sono stati costretti ad assumere ruoli sgradevoli che si addicevano loro come sugli occhi gli orzaioli. Lo sconfitto ha gettato alle ortiche l’eloquenza poetica, mistico-crepuscolare, che aveva contraddisitinto ogni suo intervento a Montecitorio prima e nella trionfale campagna elettorale pugliese: la sua invettiva contro il vincitore ha ricordato agli storici per aggressività e virulenza quella di papa Lucio III a Verona contro lo scomunicato Pierre De Vaux. Paolo Ferrero, di quest’ultimo fervente seguace, ha dimesso il “vestito di lana”, ha calzato “i piedi nudi” con scarponi da montanaro e non ha seguito più “nudo il Cristo nudo” nel tentativo pur sempre sommesso e mite di dimostrarsi capace di dirigere un partito che non c’è, già in rapido disfacimento dai tempi del Congresso di Venezia e poi azzerato dal governismo bertinottiano. Solo dei mass media faziosi, disinformati e compiaciuti come i vermi sulle carcasse putrefatte della Potemkin, possono arrivare a definire il Ferrero “un dinosauro nostalgico dei kolkozh e dei soviet”, un “estremista ignaro dei mutamenti della società italiana”. Solo gli stessi mass media possono attribuire nobiltà di ideali progressisti e moderni alla campagna dei “famigli” dell’ex-segretario, applaudito a Chianciano come prescritto da alcuni riti all’uscita dalle chiese. E non c’è stata alcuna resa dei conti in questo congresso, non c’è stata nessuna analisi critica, razionale della precedente gestione fallimentare del partito, delle ragioni della disfatta: solo qualche menzione superficiale e per titoli di queste ragioni, come quella di Alfio Nicotra sul singolare ruolo del quotidiano del PRC prima e durante la campagna elettorale, una menzione per cui lo stesso Nicotra è stato poi costretto a chiedere scusa in quanto egli non “intendeva arrecare offesa” alla memoria dello scomparso Ivan Bonfanti.

Bonfanti, per noi un amico e un fratello, è stato un buon giornalista, un uomo generoso, di straordinaria intelligenza, distante milioni di anni luce dalla gestione del giornale e del partito: la strumentalizzazione politica della sua improvvisa scomparsa, prima e durante il congresso, è stata riprovevole per non ricorrere a termini più pesanti.

L’inanità del dibattito di Chianciano, dei tentativi di “rilanciare” con formule velleitarie e diametralmente opposte un partito che ha perduto non solo la sua base ma le ragioni del suo essere è motivo di profonda mestizia oltretutto in quanto le ragioni sottaciute del dissenso concernono unicamente il futuro dei suoi dirigenti passati e presenti: i finanziamenti che verranno meno con la fine del mandato più o meno imminente di più di 3.000 consiglieri e amministratori locali, quelli del giornale tagliati dalla legge liberticida sulla stampa varata dal governo Berlusconi e poi le risse e lo scorrimento di sangue che accompagneranno la selezione dei candidati alle prossime elezioni europee. Conosciamo personalmente sette candidati, privati dei seggi a Montecitorio, ai quali sono stati promessi i meglio retribuiti seggi di Bruxelles e Strasburgo, quando – sbarramenti o meno – il rischio reale è che nessuno venga eletto. Destino cinico e baro?

Lucio Manisco

07
ago

Prc: svolta a sinistra o trasformismo?

di Marco Ferrando – Portavoce nazionale del Pcl
Il settimo Congresso del Prc, nella sua dinamica e nel suo esito, non può davvero essere ridotto a fatto interno di partito. Esso è parte di un processo più generale di ricomposizione della sinistra italiana, e per questo richiama, anche per il Partito comunista dei lavoratori, la responsabilità di un giudizio politico impegnativo.

Ho e abbiamo un rispetto profondo per i militanti e gli iscritti di Rifondazione comunista, ove ho militato per quindici anni. E ho ragione di credere che questo rispetto sia ricambiato. Proprio per questo voglio onorarlo col dono della sincerità – com’è dovere dei comunisti – fuori da ogni ipocrita diplomatismo.

No, non ho visto nell’esito del settimo congresso quella svolta strategica “a sinistra” che tanti tendono in questi giorni, per interessi opposti, ad esaltare o demonizzare. Ho visto piuttosto un altro fenomeno, sicuramente anch’esso “di svolta”, ma di altra natura: un ricambio traumatico degli assetti dirigenti, nel segno di una guerra spietata per la leadership e di uno spregiudicato trasformismo.

Il cuore del vecchio gruppo dirigente “bertinottiano” ha perso non un congresso, ma un partito: più precisamente il “suo” partito, quello che per lungo tempo è stato il partito del segretario, e dei gruppi dirigenti che egli ha raccolto e selezionato attorno a sé sulla base della fedeltà alla linea. Quel gruppo dirigente – è bene riconoscerlo – non è stato travolto da un complotto interno, ma, in ultima analisi, dall’onda d’urto della disfatta di quell’intero corso politico che ha trascinato Rifondazione nel governo del grande capitale, e che per questo l’ha compromessa, contro i lavoratori, nei sacrifici sociali e nelle missioni di guerra.

Ma proprio qui sta, a me pare, il primo paradosso del congresso. La nuova leadership non solo non è stata l’esito di una battaglia interna contro quella lunga politica di compromissione, ma si è improvvisamente incarnata nell’unico “ministro comunista” del governo confindustriale di Prodi: ossia in chi, fino all’ultimo e senza incertezze, ha direttamente cogestito per due anni le politiche della borghesia (col plauso postumo di D’Alema); ha pubblicamente difeso il proprio voto ministeriale a tutte le scelte di fondo del governo (decreto antirumeni incluso); ha avuto persino un ruolo diretto nella repressione di quelle minoranze interne del Prc che, in fasi diverse e con diverse coerenze, contrastavano o disturbavano il governismo del partito. Non è un po’ singolare?

Osservo questo, sia ben chiaro, non per contestare il diritto alla conversione politica anche la più repentina, che è un diritto democratico di chiunque, persino di un ex ministro, persino se avviene dopo la caduta del governo e alla vigilia di un congresso. Ma perché questo interroga la credibilità politica della “svolta a sinistra” che il congresso ha annunciato, e quindi la stessa natura del nuovo Prc nella sinistra italiana.

Dov’è il segno della “svolta strategica”, nelle stesse pieghe del documento congressuale conclusivo?

Nel testo approvato dalla nuova maggioranza non vi è un solo rigo – uno solo – sulle responsabilità del Prc negli anni di Prodi contro i lavoratori e i movimenti (neppure sulle missioni di guerra). Si dice semplicemente che «è superata la collaborazione organica col Pd nella fallimentare esperienza dell’Unione». Ma questa non è né un’autocritica, né una svolta: è la banale constatazione postuma di un decesso.Nel testo si legge che «è sbagliato» riproporre oggi il centrosinistra «quando il Pd ha una linea neocentrista» e «i rapporti di forza esistenti» sono sfavorevoli. Dunque se un domani il Prc si rafforzasse e il Pd “riaprisse” al Prc, si potrebbe ritornare al governo col Pd di Calearo e Colaninno? Emblematico è il passo sulle giunte locali. Dove non c’è alcuna rettifica di linea generale. Si dice semplicemente che «andranno verificate» sui contenuti. Ma è quello che si ripete ritualmente da tredici anni; è quello che ha ritualmente ribadito persino il recente congresso del Pdci (!); è la frase canonica con cui si rimuove la verifica impietosa dei fatti, quelli che vedono assessori di Prc e Pdci in tutta Italia coinvolti da anni in amministrazioni sempre più impresentabili (inclusa la provincia di Milano, la Toscana, la Liguria, come ieri l’Abruzzo…). In base ad una linea nazionale spregiudicata che ha sempre usato la partecipazione alle giunte come canale di rapporto col centrosinistra nazionale, o come leva negoziale di pressione per ricomporre il centrosinistra. Il fatto che il primo atto del nuovo segretario del Prc sia stato quello di rassicurare il Pd sulla continuità delle giunte chiarisce ogni dubbio al riguardo. E’ questa la “svolta a sinistra”?

Peraltro da quando è nato, il Prc celebra in ogni congresso una “svolta a sinistra”. Fu chiamata “svolta a sinistra” l’opposizione al governo Dini nel ‘95: ma servì a preparare contrattualmente il primo accordo di governo con Romano Prodi (’96). Quello del voto al pacchetto Treu e ai Cpt. Fu chiamata “svolta a sinistra” quella del ‘98, poi ricelebrata nel 2002, sullo sfondo della stagione dei movimenti: ma servì a ricostruire la massa critica negoziale per ricomporre il secondo governo Prodi (2006), con tanto di sottosegretari, ministri, presidenze. L’attuale “svolta a sinistra” del Prc si muove in un contesto politico certo più problematico e con un partito notevolmente più debole: ma la sua immutata ambizione è quella di favorire il ritorno, in prospettiva, nel grande gioco del governo.

Del resto, se il “comunismo” rimane – per citare Ferrero – un puro “universo simbolico”; se dunque, al di là delle parole, tutto si riduce all’esistente (cioè al capitalismo reale), per quale ragione di principio si dovrebbe rinunciare ad un assessore oggi e a un ministro domani? Se tutto si riduce all’esistente, il governo dell’esistente diventa il tutto: cioè la meta della politica. E l’opposizione, anche la più gridata, diventa ogni volta l’anticamera del governo o della sua ricerca. Questa è stata la storia della socialdemocrazia e dello stalinismo nella lunga pagina del Novecento. Quella Rifondazione che avrebbe dovuto ripudiarla, l’ha invece riproposta, seppur in miniatura.

E qui osservo un secondo paradosso del settimo congresso. Meno appariscente del primo, ma forse ancora più clamoroso. Quello che ha visto la confluenza attorno a Ferrero, in una comune maggioranza politica, di quei gruppi dirigenti del terzo e quarto documento che avevano formalmente evocato, anche contro Ferrero, la necessità di una autentica Rifondazione. E’ troppo vedere anche qui il segno triste del trasformismo? Il terzo e quarto documento avevano denunciato pubblicamente per mesi la “falsa alternativa” tra Ferrero e Vendola. Avevano raccolto il voto di migliaia di militanti comunisti del Prc attorno al rifiuto del bipolarismo interno. Avevano raccolto più in generale, su basi politiche diverse, una domanda reale di svolta strategica, comunista e classista, del partito.

Ma tutto questo patrimonio di quadri e militanti è stato portato in dote alla nuova leadership in sole 48 ore. La “svolta operaia” di Falce e Martello si è improvvisamente inchinata alla continuità degli assessori. La celebrazione retorica della Rivoluzione d’Ottobre si è sposata con “la ricerca della non violenza”. Il comunismo più ideologico o formalmente “rivoluzionario” ha scoperto “la Sinistra europea”. Il tutto in cambio di qualche pallidissima concessione letteraria (e della pubblica promessa di nuovi ruoli di gestione).
Questa è la vera vittoria di Paolo Ferrero. E la misura, se posso complimentarmi, della sua indubbia capacità. Non quella di aver sconfitto Vendola, con cui ha condiviso il corso politico governativo. Non quella di aver conquistato la leadership di quel campo di rovine che lui stesso ha concorso a produrre. Ma quella di aver assimilato e arruolato le sinistre interne. Come aveva fatto Bertinotti, proprio con Paolo Ferrero e la sua area, nel ‘95. Come Bertinotti e Ferrero avevano fatto con l’area di Bandiera Rossa (futura Sinistra Critica) nel ‘98-2003. Ogni volta le cosiddette “svolte a sinistra” hanno assimilato le sinistre interne claudicanti e disponibili, sgombrando la via alle successive svolte governiste. La storia si ripete, come si vede, immemore delle lezioni. Lasciando ogni volta sulla strada, purtroppo, migliaia di compagni disorientati, delusi, traditi.

Il Partito comunista dei lavoratori è nato da una lunga battaglia politica e morale, controcorrente, contro il trasformismo della sinistra italiana. Anche di quello che ha attraversato il Prc. Il bilancio del settimo congresso di Rifondazione ci consolida nelle nostre ragioni e nelle nostre scelte.

Naturalmente ci rapporteremo con attenzione al nuovo Prc di Paolo Ferrero. Ricercheremo ovunque possibile la più ampia unità d’azione nella lotta contro il padronato e Berlusconi: a partire da quella grande manifestazione unitaria d’autunno che proponiamo per l’11 Ottobre e che sarebbe ora di iniziare a preparare. Saremo disponibili a costruire col Prc e con tutti i suoi compagni e compagne, esperienze comuni di confronto e di iniziativa nelle quotidiane battaglie di classe, ambientaliste, antimperialiste, femministe. E speriamo anche, finalmente, anticlericali.

Ma lo faremo orgogliosi della nostra costruzione indipendente e della nostra identità: quella dell’unico partito della sinistra italiana che non si è inginocchiato di fronte alla borghesia; che non si è compromesso, né in tutto, né “criticamente”, nella disfatta di questi anni; che ha fatto e fa dell’indipendenza di classe del movimento operaio, e quindi della rottura col Pd confindustriale (ieri, oggi e domani), l’asse strategico della propria proposta politica nella prospettiva di un’alternativa anticapitalista. L’unico partito, insomma, che considera il comunismo non un simbolo da riverire, ma un programma da realizzare: quello della rivoluzione sociale e del governo dei lavoratori.

da LIBERAZIONE

03
ago

Un'intervista a Ferrero Da "Il Riformista" del 31 luglio 2008

Pubblichiamo qui di seguito un’interessante intervista rilasciata da Ferrero a Il Rifomista. Nelle risposte del neo segretario del Prc riapppare chiara come il sole la vecchia politica bertinottiana tenuta tra la fine degli anni ‘90 e i primi del nuovo secolo: finte “rotture” per ricreare una massa critica per accordi con il centrosinistra, oggi Pd. Ciò si nota in particolare quando Ferrero afferma “(…) Con questo Pd niente alleanze, non con il Pd in generale. (…) Finchè il Pd tiene questa linea politica alleanze organiche per il governo del paese no. Ma non con il Pd in sé (..)” Facile caro Ferreo dichiarasi indisponibili a tornare al governo con il Pd quando la maggioranza del parlamento ed il governo sono saldamente in mano a Berlusconi.

Da notare, tra le altre cose, la dichiarazione di Ferrero per cui “E’ un’invenzione che usciremo dalle giunte. Vedremo caso per caso”. Tradotto: “dove il Pd ci piglia o non ci sbatte fuori, andiamo e rimaniamo in giunta”, infatti non vi è alcun caso in cui il Prc si appresti a rompere con il Pd a livello locale. Nemmeno alla Provincia di Milano, dove il Prc governa con il demoleghista Penati che vorrebbe multare i migranti che pregano per strada. Magari il Prc romperà con il Pd alla Regione Lombardia, tanto lì governa il Pdl di Formigoni. (M.T.)

Intervista al segretario di Rifondazione – Ferrero a D’alema: “Parliamo”
Di Alessandro De Angelis

Parla Ferrero neo segretario del Prc: “D’ALEMA PIU’ REALISTA DI VENDOLA”

«Voglio dire a Nichi che l’egemonia della de­stra la vedo eccome». E ancora: «Con questo Pd niente alleanze, non col Pd in generale». 11 neose­gretario di Rifondazione Paolo Ferrerò, in una conversazione col Riformista, manda un messag­gio a D’Alema: «A D’Alema dico: non interessa al Pd se riportiamo a votare i nostri?».

Ferrero, Vendola l’ accusa di non aver capito la destra.

«E una tesi completamente priva di fondamento. L’ege­monia della destra la vedo ec­come. E ha due elementi di forza enormi».

Quali?

«Il primo è che Berlusco­ni ha vinto proponendo un suo immaginario. Per dirla in breve: chi è ricco ha ragione, chi è povero ha torto; o il fatto che i proble­mi sociali vengano vissuti come problemi indivi­duali e non collettivi. Il secondo è che ha vinto sul terreno concreto: Tremoliti è l’unico che fa un’ana­lisi corretta della globalizzazione».

Si spieghi meglio.

«Il movimento no global di qualche anno fa era entrato in sintonia con il senso comune. Poi è anda­ta in crisi la globalizzazione. E dentro questa crisi sono aumentate l’insicurezza e la paura del futuro. Tremonti si è messo in sintonia con questa paura della società e la destra ha vinto. La sua idea, però, è che la coperta è corta e non può coprire tutti. Quindi alcuni non possono essere garantiti: i cinesi. i rom, gli immigrati. E un modello reazionario».

E voi?

«Il centrosinistra su questo ha balbetta­to. Veltroni ha scimmiottato il kennedismo degli anni Sessanta proponendo, in una so­cietà dominata dalla paura, una sorta di mi­to della “nuova frontiera”».

Invece?

«Invece la vera battaglia per l’egemo­nia dobbiamo farla veramente con la de­stra Vendola e Giordano mi accusano di voler fare l’opposizione più al governo om­bra che al Pd. E una sciocchezza».

Quindi niente alleanze col Pd?

«Finché il Pd tiene questa linea politica alleanze organiche per il governo del paese no. Ma non col Pd in sé. Questo Pd non as­somiglia nemmeno lontanamente a una so­cialdemocrazia che vuole le riforme».

E cioè da dove ripartite?

«Il nodo è sociale. Se è vera l’analisi che ho fatto sulla vittoria della destra, noi dob­biamo ripartire dal conflitto. Se lo schema Tremonti ci impone il conflitto tra ultimi e penultimi, noi dobbiamo riappropriarci del conflitto del basso contro l’alto per ricostrui­re una comunità E dal punto di vista simbo­lico dobbiamo ripartire dal comunismo co­me giustizia sociale e libertà Dire “siamo tutti uguali” non è anticaglia».

E ll Pd?

«Guardi Bersani e D’Alema sono più realisti di Nichi su questo punto».

D’Alema ieri su Liberazione ha parla­to di una Rifondazione più isolata e più ar­retrata.

«Capisco che l’esito di Chianciano scompiglia il suo schema Tuttavia c’è un punto in cui D’Alema dice: “Trovo utile la volontà di dar voce a una questione sociale che si pone in termini sempre più dramma­tici”. E aggiunge che è l’unica luce che vede spuntare da Chianciano. Io dico: è una gran­de luce».

Vuole dialogare con D’Alema?

«Diciamo così: sembrava che alla crisi della società si potessero dare risposte solo partendo dal piano istituzionale. Badi che io sono d’accordo con D’Alema che il riordi­no istituzionale sia necessario e sono anche d’accordo sul modello tedesco da lui soste­nuto. Ciò detto il punto decisivo è un altro».

Quale?

«Il problema della sinistra è tornare nella società. Lo voglio dire anche a D’Ale­ma. Il risultato elettorale mostra come la de­stra non ha aumentato il suo bacino eletto­rale, invece soprattutto i nostri sono rimasti a casa. Credo che sia un problema anche della sinistra moderata far tor­nare a votare qualche milione di persone. O no?».

E le giunte?

«E un’invenzione che usci­remo dalle giunte. Vedremo ca­so per caso. In Abruzzo abbia­mo chiesto al Pd di rinnovare le sue liste ed escludere gli inqui­siti. In Calabria, dopo che sia­mo usciti dalla giunta anche sulla questione morale, credo che sia sbagliato rientrare. Guardi che la questione morale è impor­tante».

La combatterete con Di Pietro che, però, tanto di sinistra non è.

«E vero che il dipietrismo ha elementi di destra Ma non possiamo regalare a lui il tema della questione morale. Sarebbe una follia E un nostro tema Basta rileggere Berlinguer o le denunce che faceva il Pei su tanti scandali».

Quindi sosterrete i suoi referendum sul lodo Aliano?

«Se c’è un referendum è giusto sostenerlo. Poi credo che non sia giusto farli solo sul lodo Alfano. Andrebbero abrogate la legge 30, la Fini-Giovanardi. Ma non è che se Di Pietro dice una cosa giusta noi diciamo di no perché è Di Pietro. Il punto è un altro e lo voglio dire a Ni­chi noi dobbiamo mettere in campo una Rifondazione in grado di riem­pire le piazze sulla questione morale».

Lei è sostenuto da una maggioranza dove qualcuno si definisce trotzkista, altri le­ninisti. Siete un po’ extraparlamentari?

«Che siamo fuori dal Parlamento è un dato di fatto, ma noi in Parlamento ci voglia­mo tornare. Non sono un estremista Per un comunista la politica è provare a modifica­re i rapporti di forza nella società. Anche D’Alema riconosce che in tutta Europa la sinistra radicale è all’opposizione».

Sì, ma la vede come la fine di una ano­malia positiva.

«Mettiamola così. La Linke non è fatta di estremisti ma di gente come Lafontaine che è stata al governo e che ora non vede condizioni per un accordo con l’Spd. Io pu­re sono stato al governo e non vedo le con­dizioni di un accordo col Pd, con questi rap­porti di forza e con questa linea del Pd. Ci ho provato, ma ho visto che Montezemolo e le gerarchie ecclesiastiche contavano più di me, e non solo più di me».

Alle europee andrete con Diliberto?

«Andremo col nostro simbolo. E faremo i diavoli a quattro se mettono lo sbarra­mento, anche al tre per cento, o se tolgono le preferenze».

Si è sentito con Bertinotti?

«Sì, l’ho chiamato io e ci siamo dati ap­puntamento a settembre. Sto anche chia­mando tutti i segretari delle forze politiche di sinistra e di centrosinistra per incontrarli. Guardi, le do una notizia: mi hanno chiama­to anche dal centrodestra».

Anche il Cavaliere?

«No. Lui no».

03
ago

Un'intervista a Ferrero Da "Il Riformista" del 31 luglio 2008

Pubblichiamo qui di seguito un’interessante intervista rilasciata da Ferrero a Il Rifomista. Nelle risposte del neo segretario del Prc riapppare chiara come il sole la vecchia politica bertinottiana tenuta tra la fine degli anni ‘90 e i primi del nuovo secolo: finte “rotture” per ricreare una massa critica per accordi con il centrosinistra, oggi Pd. Ciò si nota in particolare quando Ferrero afferma “(…) Con questo Pd niente alleanze, non con il Pd in generale. (…) Finchè il Pd tiene questa linea politica alleanze organiche per il governo del paese no. Ma non con il Pd in sé (..)” Facile caro Ferreo dichiarasi indisponibili a tornare al governo con il Pd quando la maggioranza del parlamento ed il governo sono saldamente in mano a Berlusconi.

Da notare, tra le altre cose, la dichiarazione di Ferrero per cui “E’ un’invenzione che usciremo dalle giunte. Vedremo caso per caso”. Tradotto: “dove il Pd ci piglia o non ci sbatte fuori, andiamo e rimaniamo in giunta”, infatti non vi è alcun caso in cui il Prc si appresti a rompere con il Pd a livello locale. Nemmeno alla Provincia di Milano, dove il Prc governa con il demoleghista Penati che vorrebbe multare i migranti che pregano per strada. Magari il Prc romperà con il Pd alla Regione Lombardia, tanto lì governa il Pdl di Formigoni. (M.T.)

Intervista al segretario di Rifondazione – Ferrero a D’alema: “Parliamo”
Di Alessandro De Angelis

Parla Ferrero neo segretario del Prc: “D’ALEMA PIU’ REALISTA DI VENDOLA”

«Voglio dire a Nichi che l’egemonia della de­stra la vedo eccome». E ancora: «Con questo Pd niente alleanze, non col Pd in generale». 11 neose­gretario di Rifondazione Paolo Ferrerò, in una conversazione col Riformista, manda un messag­gio a D’Alema: «A D’Alema dico: non interessa al Pd se riportiamo a votare i nostri?».

Ferrero, Vendola l’ accusa di non aver capito la destra.

«E una tesi completamente priva di fondamento. L’ege­monia della destra la vedo ec­come. E ha due elementi di forza enormi».

Quali?

«Il primo è che Berlusco­ni ha vinto proponendo un suo immaginario. Per dirla in breve: chi è ricco ha ragione, chi è povero ha torto; o il fatto che i proble­mi sociali vengano vissuti come problemi indivi­duali e non collettivi. Il secondo è che ha vinto sul terreno concreto: Tremoliti è l’unico che fa un’ana­lisi corretta della globalizzazione».

Si spieghi meglio.

«Il movimento no global di qualche anno fa era entrato in sintonia con il senso comune. Poi è anda­ta in crisi la globalizzazione. E dentro questa crisi sono aumentate l’insicurezza e la paura del futuro. Tremonti si è messo in sintonia con questa paura della società e la destra ha vinto. La sua idea, però, è che la coperta è corta e non può coprire tutti. Quindi alcuni non possono essere garantiti: i cinesi. i rom, gli immigrati. E un modello reazionario».

E voi?

«Il centrosinistra su questo ha balbetta­to. Veltroni ha scimmiottato il kennedismo degli anni Sessanta proponendo, in una so­cietà dominata dalla paura, una sorta di mi­to della “nuova frontiera”».

Invece?

«Invece la vera battaglia per l’egemo­nia dobbiamo farla veramente con la de­stra Vendola e Giordano mi accusano di voler fare l’opposizione più al governo om­bra che al Pd. E una sciocchezza».

Quindi niente alleanze col Pd?

«Finché il Pd tiene questa linea politica alleanze organiche per il governo del paese no. Ma non col Pd in sé. Questo Pd non as­somiglia nemmeno lontanamente a una so­cialdemocrazia che vuole le riforme».

E cioè da dove ripartite?

«Il nodo è sociale. Se è vera l’analisi che ho fatto sulla vittoria della destra, noi dob­biamo ripartire dal conflitto. Se lo schema Tremonti ci impone il conflitto tra ultimi e penultimi, noi dobbiamo riappropriarci del conflitto del basso contro l’alto per ricostrui­re una comunità E dal punto di vista simbo­lico dobbiamo ripartire dal comunismo co­me giustizia sociale e libertà Dire “siamo tutti uguali” non è anticaglia».

E ll Pd?

«Guardi Bersani e D’Alema sono più realisti di Nichi su questo punto».

D’Alema ieri su Liberazione ha parla­to di una Rifondazione più isolata e più ar­retrata.

«Capisco che l’esito di Chianciano scompiglia il suo schema Tuttavia c’è un punto in cui D’Alema dice: “Trovo utile la volontà di dar voce a una questione sociale che si pone in termini sempre più dramma­tici”. E aggiunge che è l’unica luce che vede spuntare da Chianciano. Io dico: è una gran­de luce».

Vuole dialogare con D’Alema?

«Diciamo così: sembrava che alla crisi della società si potessero dare risposte solo partendo dal piano istituzionale. Badi che io sono d’accordo con D’Alema che il riordi­no istituzionale sia necessario e sono anche d’accordo sul modello tedesco da lui soste­nuto. Ciò detto il punto decisivo è un altro».

Quale?

«Il problema della sinistra è tornare nella società. Lo voglio dire anche a D’Ale­ma. Il risultato elettorale mostra come la de­stra non ha aumentato il suo bacino eletto­rale, invece soprattutto i nostri sono rimasti a casa. Credo che sia un problema anche della sinistra moderata far tor­nare a votare qualche milione di persone. O no?».

E le giunte?

«E un’invenzione che usci­remo dalle giunte. Vedremo ca­so per caso. In Abruzzo abbia­mo chiesto al Pd di rinnovare le sue liste ed escludere gli inqui­siti. In Calabria, dopo che sia­mo usciti dalla giunta anche sulla questione morale, credo che sia sbagliato rientrare. Guardi che la questione morale è impor­tante».

La combatterete con Di Pietro che, però, tanto di sinistra non è.

«E vero che il dipietrismo ha elementi di destra Ma non possiamo regalare a lui il tema della questione morale. Sarebbe una follia E un nostro tema Basta rileggere Berlinguer o le denunce che faceva il Pei su tanti scandali».

Quindi sosterrete i suoi referendum sul lodo Aliano?

«Se c’è un referendum è giusto sostenerlo. Poi credo che non sia giusto farli solo sul lodo Alfano. Andrebbero abrogate la legge 30, la Fini-Giovanardi. Ma non è che se Di Pietro dice una cosa giusta noi diciamo di no perché è Di Pietro. Il punto è un altro e lo voglio dire a Ni­chi noi dobbiamo mettere in campo una Rifondazione in grado di riem­pire le piazze sulla questione morale».

Lei è sostenuto da una maggioranza dove qualcuno si definisce trotzkista, altri le­ninisti. Siete un po’ extraparlamentari?

«Che siamo fuori dal Parlamento è un dato di fatto, ma noi in Parlamento ci voglia­mo tornare. Non sono un estremista Per un comunista la politica è provare a modifica­re i rapporti di forza nella società. Anche D’Alema riconosce che in tutta Europa la sinistra radicale è all’opposizione».

Sì, ma la vede come la fine di una ano­malia positiva.

«Mettiamola così. La Linke non è fatta di estremisti ma di gente come Lafontaine che è stata al governo e che ora non vede condizioni per un accordo con l’Spd. Io pu­re sono stato al governo e non vedo le con­dizioni di un accordo col Pd, con questi rap­porti di forza e con questa linea del Pd. Ci ho provato, ma ho visto che Montezemolo e le gerarchie ecclesiastiche contavano più di me, e non solo più di me».

Alle europee andrete con Diliberto?

«Andremo col nostro simbolo. E faremo i diavoli a quattro se mettono lo sbarra­mento, anche al tre per cento, o se tolgono le preferenze».

Si è sentito con Bertinotti?

«Sì, l’ho chiamato io e ci siamo dati ap­puntamento a settembre. Sto anche chia­mando tutti i segretari delle forze politiche di sinistra e di centrosinistra per incontrarli. Guardi, le do una notizia: mi hanno chiama­to anche dal centrodestra».

Anche il Cavaliere?

«No. Lui no».

03
ago

Un'intervista a Ferrero Da "Il Riformista" del 31 luglio 2008

Pubblichiamo qui di seguito un’interessante intervista rilasciata da Ferrero a Il Rifomista. Nelle risposte del neo segretario del Prc riapppare chiara come il sole la vecchia politica bertinottiana tenuta tra la fine degli anni ‘90 e i primi del nuovo secolo: finte “rotture” per ricreare una massa critica per accordi con il centrosinistra, oggi Pd. Ciò si nota in particolare quando Ferrero afferma “(…) Con questo Pd niente alleanze, non con il Pd in generale. (…) Finchè il Pd tiene questa linea politica alleanze organiche per il governo del paese no. Ma non con il Pd in sé (..)” Facile caro Ferreo dichiarasi indisponibili a tornare al governo con il Pd quando la maggioranza del parlamento ed il governo sono saldamente in mano a Berlusconi.

Da notare, tra le altre cose, la dichiarazione di Ferrero per cui “E’ un’invenzione che usciremo dalle giunte. Vedremo caso per caso”. Tradotto: “dove il Pd ci piglia o non ci sbatte fuori, andiamo e rimaniamo in giunta”, infatti non vi è alcun caso in cui il Prc si appresti a rompere con il Pd a livello locale. Nemmeno alla Provincia di Milano, dove il Prc governa con il demoleghista Penati che vorrebbe multare i migranti che pregano per strada. Magari il Prc romperà con il Pd alla Regione Lombardia, tanto lì governa il Pdl di Formigoni. (M.T.)

Intervista al segretario di Rifondazione – Ferrero a D’alema: “Parliamo”
Di Alessandro De Angelis

Parla Ferrero neo segretario del Prc: “D’ALEMA PIU’ REALISTA DI VENDOLA”

«Voglio dire a Nichi che l’egemonia della de­stra la vedo eccome». E ancora: «Con questo Pd niente alleanze, non col Pd in generale». 11 neose­gretario di Rifondazione Paolo Ferrerò, in una conversazione col Riformista, manda un messag­gio a D’Alema: «A D’Alema dico: non interessa al Pd se riportiamo a votare i nostri?».

Ferrero, Vendola l’ accusa di non aver capito la destra.

«E una tesi completamente priva di fondamento. L’ege­monia della destra la vedo ec­come. E ha due elementi di forza enormi».

Quali?

«Il primo è che Berlusco­ni ha vinto proponendo un suo immaginario. Per dirla in breve: chi è ricco ha ragione, chi è povero ha torto; o il fatto che i proble­mi sociali vengano vissuti come problemi indivi­duali e non collettivi. Il secondo è che ha vinto sul terreno concreto: Tremoliti è l’unico che fa un’ana­lisi corretta della globalizzazione».

Si spieghi meglio.

«Il movimento no global di qualche anno fa era entrato in sintonia con il senso comune. Poi è anda­ta in crisi la globalizzazione. E dentro questa crisi sono aumentate l’insicurezza e la paura del futuro. Tremonti si è messo in sintonia con questa paura della società e la destra ha vinto. La sua idea, però, è che la coperta è corta e non può coprire tutti. Quindi alcuni non possono essere garantiti: i cinesi. i rom, gli immigrati. E un modello reazionario».

E voi?

«Il centrosinistra su questo ha balbetta­to. Veltroni ha scimmiottato il kennedismo degli anni Sessanta proponendo, in una so­cietà dominata dalla paura, una sorta di mi­to della “nuova frontiera”».

Invece?

«Invece la vera battaglia per l’egemo­nia dobbiamo farla veramente con la de­stra Vendola e Giordano mi accusano di voler fare l’opposizione più al governo om­bra che al Pd. E una sciocchezza».

Quindi niente alleanze col Pd?

«Finché il Pd tiene questa linea politica alleanze organiche per il governo del paese no. Ma non col Pd in sé. Questo Pd non as­somiglia nemmeno lontanamente a una so­cialdemocrazia che vuole le riforme».

E cioè da dove ripartite?

«Il nodo è sociale. Se è vera l’analisi che ho fatto sulla vittoria della destra, noi dob­biamo ripartire dal conflitto. Se lo schema Tremonti ci impone il conflitto tra ultimi e penultimi, noi dobbiamo riappropriarci del conflitto del basso contro l’alto per ricostrui­re una comunità E dal punto di vista simbo­lico dobbiamo ripartire dal comunismo co­me giustizia sociale e libertà Dire “siamo tutti uguali” non è anticaglia».

E ll Pd?

«Guardi Bersani e D’Alema sono più realisti di Nichi su questo punto».

D’Alema ieri su Liberazione ha parla­to di una Rifondazione più isolata e più ar­retrata.

«Capisco che l’esito di Chianciano scompiglia il suo schema Tuttavia c’è un punto in cui D’Alema dice: “Trovo utile la volontà di dar voce a una questione sociale che si pone in termini sempre più dramma­tici”. E aggiunge che è l’unica luce che vede spuntare da Chianciano. Io dico: è una gran­de luce».

Vuole dialogare con D’Alema?

«Diciamo così: sembrava che alla crisi della società si potessero dare risposte solo partendo dal piano istituzionale. Badi che io sono d’accordo con D’Alema che il riordi­no istituzionale sia necessario e sono anche d’accordo sul modello tedesco da lui soste­nuto. Ciò detto il punto decisivo è un altro».

Quale?

«Il problema della sinistra è tornare nella società. Lo voglio dire anche a D’Ale­ma. Il risultato elettorale mostra come la de­stra non ha aumentato il suo bacino eletto­rale, invece soprattutto i nostri sono rimasti a casa. Credo che sia un problema anche della sinistra moderata far tor­nare a votare qualche milione di persone. O no?».

E le giunte?

«E un’invenzione che usci­remo dalle giunte. Vedremo ca­so per caso. In Abruzzo abbia­mo chiesto al Pd di rinnovare le sue liste ed escludere gli inqui­siti. In Calabria, dopo che sia­mo usciti dalla giunta anche sulla questione morale, credo che sia sbagliato rientrare. Guardi che la questione morale è impor­tante».

La combatterete con Di Pietro che, però, tanto di sinistra non è.

«E vero che il dipietrismo ha elementi di destra Ma non possiamo regalare a lui il tema della questione morale. Sarebbe una follia E un nostro tema Basta rileggere Berlinguer o le denunce che faceva il Pei su tanti scandali».

Quindi sosterrete i suoi referendum sul lodo Aliano?

«Se c’è un referendum è giusto sostenerlo. Poi credo che non sia giusto farli solo sul lodo Alfano. Andrebbero abrogate la legge 30, la Fini-Giovanardi. Ma non è che se Di Pietro dice una cosa giusta noi diciamo di no perché è Di Pietro. Il punto è un altro e lo voglio dire a Ni­chi noi dobbiamo mettere in campo una Rifondazione in grado di riem­pire le piazze sulla questione morale».

Lei è sostenuto da una maggioranza dove qualcuno si definisce trotzkista, altri le­ninisti. Siete un po’ extraparlamentari?

«Che siamo fuori dal Parlamento è un dato di fatto, ma noi in Parlamento ci voglia­mo tornare. Non sono un estremista Per un comunista la politica è provare a modifica­re i rapporti di forza nella società. Anche D’Alema riconosce che in tutta Europa la sinistra radicale è all’opposizione».

Sì, ma la vede come la fine di una ano­malia positiva.

«Mettiamola così. La Linke non è fatta di estremisti ma di gente come Lafontaine che è stata al governo e che ora non vede condizioni per un accordo con l’Spd. Io pu­re sono stato al governo e non vedo le con­dizioni di un accordo col Pd, con questi rap­porti di forza e con questa linea del Pd. Ci ho provato, ma ho visto che Montezemolo e le gerarchie ecclesiastiche contavano più di me, e non solo più di me».

Alle europee andrete con Diliberto?

«Andremo col nostro simbolo. E faremo i diavoli a quattro se mettono lo sbarra­mento, anche al tre per cento, o se tolgono le preferenze».

Si è sentito con Bertinotti?

«Sì, l’ho chiamato io e ci siamo dati ap­puntamento a settembre. Sto anche chia­mando tutti i segretari delle forze politiche di sinistra e di centrosinistra per incontrarli. Guardi, le do una notizia: mi hanno chiama­to anche dal centrodestra».

Anche il Cavaliere?

«No. Lui no».

03
ago

Un'intervista a Ferrero Da "Il Riformista" del 31 luglio 2008

Pubblichiamo qui di seguito un’interessante intervista rilasciata da Ferrero a Il Rifomista. Nelle risposte del neo segretario del Prc riapppare chiara come il sole la vecchia politica bertinottiana tenuta tra la fine degli anni ‘90 e i primi del nuovo secolo: finte “rotture” per ricreare una massa critica per accordi con il centrosinistra, oggi Pd. Ciò si nota in particolare quando Ferrero afferma “(…) Con questo Pd niente alleanze, non con il Pd in generale. (…) Finchè il Pd tiene questa linea politica alleanze organiche per il governo del paese no. Ma non con il Pd in sé (..)” Facile caro Ferreo dichiarasi indisponibili a tornare al governo con il Pd quando la maggioranza del parlamento ed il governo sono saldamente in mano a Berlusconi.

Da notare, tra le altre cose, la dichiarazione di Ferrero per cui “E’ un’invenzione che usciremo dalle giunte. Vedremo caso per caso”. Tradotto: “dove il Pd ci piglia o non ci sbatte fuori, andiamo e rimaniamo in giunta”, infatti non vi è alcun caso in cui il Prc si appresti a rompere con il Pd a livello locale. Nemmeno alla Provincia di Milano, dove il Prc governa con il demoleghista Penati che vorrebbe multare i migranti che pregano per strada. Magari il Prc romperà con il Pd alla Regione Lombardia, tanto lì governa il Pdl di Formigoni. (M.T.)

Intervista al segretario di Rifondazione – Ferrero a D’alema: “Parliamo”
Di Alessandro De Angelis

Parla Ferrero neo segretario del Prc: “D’ALEMA PIU’ REALISTA DI VENDOLA”

«Voglio dire a Nichi che l’egemonia della de­stra la vedo eccome». E ancora: «Con questo Pd niente alleanze, non col Pd in generale». 11 neose­gretario di Rifondazione Paolo Ferrerò, in una conversazione col Riformista, manda un messag­gio a D’Alema: «A D’Alema dico: non interessa al Pd se riportiamo a votare i nostri?».

Ferrero, Vendola l’ accusa di non aver capito la destra.

«E una tesi completamente priva di fondamento. L’ege­monia della destra la vedo ec­come. E ha due elementi di forza enormi».

Quali?

«Il primo è che Berlusco­ni ha vinto proponendo un suo immaginario. Per dirla in breve: chi è ricco ha ragione, chi è povero ha torto; o il fatto che i proble­mi sociali vengano vissuti come problemi indivi­duali e non collettivi. Il secondo è che ha vinto sul terreno concreto: Tremoliti è l’unico che fa un’ana­lisi corretta della globalizzazione».

Si spieghi meglio.

«Il movimento no global di qualche anno fa era entrato in sintonia con il senso comune. Poi è anda­ta in crisi la globalizzazione. E dentro questa crisi sono aumentate l’insicurezza e la paura del futuro. Tremonti si è messo in sintonia con questa paura della società e la destra ha vinto. La sua idea, però, è che la coperta è corta e non può coprire tutti. Quindi alcuni non possono essere garantiti: i cinesi. i rom, gli immigrati. E un modello reazionario».

E voi?

«Il centrosinistra su questo ha balbetta­to. Veltroni ha scimmiottato il kennedismo degli anni Sessanta proponendo, in una so­cietà dominata dalla paura, una sorta di mi­to della “nuova frontiera”».

Invece?

«Invece la vera battaglia per l’egemo­nia dobbiamo farla veramente con la de­stra Vendola e Giordano mi accusano di voler fare l’opposizione più al governo om­bra che al Pd. E una sciocchezza».

Quindi niente alleanze col Pd?

«Finché il Pd tiene questa linea politica alleanze organiche per il governo del paese no. Ma non col Pd in sé. Questo Pd non as­somiglia nemmeno lontanamente a una so­cialdemocrazia che vuole le riforme».

E cioè da dove ripartite?

«Il nodo è sociale. Se è vera l’analisi che ho fatto sulla vittoria della destra, noi dob­biamo ripartire dal conflitto. Se lo schema Tremonti ci impone il conflitto tra ultimi e penultimi, noi dobbiamo riappropriarci del conflitto del basso contro l’alto per ricostrui­re una comunità E dal punto di vista simbo­lico dobbiamo ripartire dal comunismo co­me giustizia sociale e libertà Dire “siamo tutti uguali” non è anticaglia».

E ll Pd?

«Guardi Bersani e D’Alema sono più realisti di Nichi su questo punto».

D’Alema ieri su Liberazione ha parla­to di una Rifondazione più isolata e più ar­retrata.

«Capisco che l’esito di Chianciano scompiglia il suo schema Tuttavia c’è un punto in cui D’Alema dice: “Trovo utile la volontà di dar voce a una questione sociale che si pone in termini sempre più dramma­tici”. E aggiunge che è l’unica luce che vede spuntare da Chianciano. Io dico: è una gran­de luce».

Vuole dialogare con D’Alema?

«Diciamo così: sembrava che alla crisi della società si potessero dare risposte solo partendo dal piano istituzionale. Badi che io sono d’accordo con D’Alema che il riordi­no istituzionale sia necessario e sono anche d’accordo sul modello tedesco da lui soste­nuto. Ciò detto il punto decisivo è un altro».

Quale?

«Il problema della sinistra è tornare nella società. Lo voglio dire anche a D’Ale­ma. Il risultato elettorale mostra come la de­stra non ha aumentato il suo bacino eletto­rale, invece soprattutto i nostri sono rimasti a casa. Credo che sia un problema anche della sinistra moderata far tor­nare a votare qualche milione di persone. O no?».

E le giunte?

«E un’invenzione che usci­remo dalle giunte. Vedremo ca­so per caso. In Abruzzo abbia­mo chiesto al Pd di rinnovare le sue liste ed escludere gli inqui­siti. In Calabria, dopo che sia­mo usciti dalla giunta anche sulla questione morale, credo che sia sbagliato rientrare. Guardi che la questione morale è impor­tante».

La combatterete con Di Pietro che, però, tanto di sinistra non è.

«E vero che il dipietrismo ha elementi di destra Ma non possiamo regalare a lui il tema della questione morale. Sarebbe una follia E un nostro tema Basta rileggere Berlinguer o le denunce che faceva il Pei su tanti scandali».

Quindi sosterrete i suoi referendum sul lodo Aliano?

«Se c’è un referendum è giusto sostenerlo. Poi credo che non sia giusto farli solo sul lodo Alfano. Andrebbero abrogate la legge 30, la Fini-Giovanardi. Ma non è che se Di Pietro dice una cosa giusta noi diciamo di no perché è Di Pietro. Il punto è un altro e lo voglio dire a Ni­chi noi dobbiamo mettere in campo una Rifondazione in grado di riem­pire le piazze sulla questione morale».

Lei è sostenuto da una maggioranza dove qualcuno si definisce trotzkista, altri le­ninisti. Siete un po’ extraparlamentari?

«Che siamo fuori dal Parlamento è un dato di fatto, ma noi in Parlamento ci voglia­mo tornare. Non sono un estremista Per un comunista la politica è provare a modifica­re i rapporti di forza nella società. Anche D’Alema riconosce che in tutta Europa la sinistra radicale è all’opposizione».

Sì, ma la vede come la fine di una ano­malia positiva.

«Mettiamola così. La Linke non è fatta di estremisti ma di gente come Lafontaine che è stata al governo e che ora non vede condizioni per un accordo con l’Spd. Io pu­re sono stato al governo e non vedo le con­dizioni di un accordo col Pd, con questi rap­porti di forza e con questa linea del Pd. Ci ho provato, ma ho visto che Montezemolo e le gerarchie ecclesiastiche contavano più di me, e non solo più di me».

Alle europee andrete con Diliberto?

«Andremo col nostro simbolo. E faremo i diavoli a quattro se mettono lo sbarra­mento, anche al tre per cento, o se tolgono le preferenze».

Si è sentito con Bertinotti?

«Sì, l’ho chiamato io e ci siamo dati ap­puntamento a settembre. Sto anche chia­mando tutti i segretari delle forze politiche di sinistra e di centrosinistra per incontrarli. Guardi, le do una notizia: mi hanno chiama­to anche dal centrodestra».

Anche il Cavaliere?

«No. Lui no».

03
ago

Un'intervista a Ferrero Da "Il Riformista" del 31 luglio 2008

Pubblichiamo qui di seguito un’interessante intervista rilasciata da Ferrero a Il Rifomista. Nelle risposte del neo segretario del Prc riapppare chiara come il sole la vecchia politica bertinottiana tenuta tra la fine degli anni ‘90 e i primi del nuovo secolo: finte “rotture” per ricreare una massa critica per accordi con il centrosinistra, oggi Pd. Ciò si nota in particolare quando Ferrero afferma “(…) Con questo Pd niente alleanze, non con il Pd in generale. (…) Finchè il Pd tiene questa linea politica alleanze organiche per il governo del paese no. Ma non con il Pd in sé (..)” Facile caro Ferreo dichiarasi indisponibili a tornare al governo con il Pd quando la maggioranza del parlamento ed il governo sono saldamente in mano a Berlusconi.

Da notare, tra le altre cose, la dichiarazione di Ferrero per cui “E’ un’invenzione che usciremo dalle giunte. Vedremo caso per caso”. Tradotto: “dove il Pd ci piglia o non ci sbatte fuori, andiamo e rimaniamo in giunta”, infatti non vi è alcun caso in cui il Prc si appresti a rompere con il Pd a livello locale. Nemmeno alla Provincia di Milano, dove il Prc governa con il demoleghista Penati che vorrebbe multare i migranti che pregano per strada. Magari il Prc romperà con il Pd alla Regione Lombardia, tanto lì governa il Pdl di Formigoni. (M.T.)

Intervista al segretario di Rifondazione – Ferrero a D’alema: “Parliamo”
Di Alessandro De Angelis

Parla Ferrero neo segretario del Prc: “D’ALEMA PIU’ REALISTA DI VENDOLA”

«Voglio dire a Nichi che l’egemonia della de­stra la vedo eccome». E ancora: «Con questo Pd niente alleanze, non col Pd in generale». 11 neose­gretario di Rifondazione Paolo Ferrerò, in una conversazione col Riformista, manda un messag­gio a D’Alema: «A D’Alema dico: non interessa al Pd se riportiamo a votare i nostri?».

Ferrero, Vendola l’ accusa di non aver capito la destra.

«E una tesi completamente priva di fondamento. L’ege­monia della destra la vedo ec­come. E ha due elementi di forza enormi».

Quali?

«Il primo è che Berlusco­ni ha vinto proponendo un suo immaginario. Per dirla in breve: chi è ricco ha ragione, chi è povero ha torto; o il fatto che i proble­mi sociali vengano vissuti come problemi indivi­duali e non collettivi. Il secondo è che ha vinto sul terreno concreto: Tremoliti è l’unico che fa un’ana­lisi corretta della globalizzazione».

Si spieghi meglio.

«Il movimento no global di qualche anno fa era entrato in sintonia con il senso comune. Poi è anda­ta in crisi la globalizzazione. E dentro questa crisi sono aumentate l’insicurezza e la paura del futuro. Tremonti si è messo in sintonia con questa paura della società e la destra ha vinto. La sua idea, però, è che la coperta è corta e non può coprire tutti. Quindi alcuni non possono essere garantiti: i cinesi. i rom, gli immigrati. E un modello reazionario».

E voi?

«Il centrosinistra su questo ha balbetta­to. Veltroni ha scimmiottato il kennedismo degli anni Sessanta proponendo, in una so­cietà dominata dalla paura, una sorta di mi­to della “nuova frontiera”».

Invece?

«Invece la vera battaglia per l’egemo­nia dobbiamo farla veramente con la de­stra Vendola e Giordano mi accusano di voler fare l’opposizione più al governo om­bra che al Pd. E una sciocchezza».

Quindi niente alleanze col Pd?

«Finché il Pd tiene questa linea politica alleanze organiche per il governo del paese no. Ma non col Pd in sé. Questo Pd non as­somiglia nemmeno lontanamente a una so­cialdemocrazia che vuole le riforme».

E cioè da dove ripartite?

«Il nodo è sociale. Se è vera l’analisi che ho fatto sulla vittoria della destra, noi dob­biamo ripartire dal conflitto. Se lo schema Tremonti ci impone il conflitto tra ultimi e penultimi, noi dobbiamo riappropriarci del conflitto del basso contro l’alto per ricostrui­re una comunità E dal punto di vista simbo­lico dobbiamo ripartire dal comunismo co­me giustizia sociale e libertà Dire “siamo tutti uguali” non è anticaglia».

E ll Pd?

«Guardi Bersani e D’Alema sono più realisti di Nichi su questo punto».

D’Alema ieri su Liberazione ha parla­to di una Rifondazione più isolata e più ar­retrata.

«Capisco che l’esito di Chianciano scompiglia il suo schema Tuttavia c’è un punto in cui D’Alema dice: “Trovo utile la volontà di dar voce a una questione sociale che si pone in termini sempre più dramma­tici”. E aggiunge che è l’unica luce che vede spuntare da Chianciano. Io dico: è una gran­de luce».

Vuole dialogare con D’Alema?

«Diciamo così: sembrava che alla crisi della società si potessero dare risposte solo partendo dal piano istituzionale. Badi che io sono d’accordo con D’Alema che il riordi­no istituzionale sia necessario e sono anche d’accordo sul modello tedesco da lui soste­nuto. Ciò detto il punto decisivo è un altro».

Quale?

«Il problema della sinistra è tornare nella società. Lo voglio dire anche a D’Ale­ma. Il risultato elettorale mostra come la de­stra non ha aumentato il suo bacino eletto­rale, invece soprattutto i nostri sono rimasti a casa. Credo che sia un problema anche della sinistra moderata far tor­nare a votare qualche milione di persone. O no?».

E le giunte?

«E un’invenzione che usci­remo dalle giunte. Vedremo ca­so per caso. In Abruzzo abbia­mo chiesto al Pd di rinnovare le sue liste ed escludere gli inqui­siti. In Calabria, dopo che sia­mo usciti dalla giunta anche sulla questione morale, credo che sia sbagliato rientrare. Guardi che la questione morale è impor­tante».

La combatterete con Di Pietro che, però, tanto di sinistra non è.

«E vero che il dipietrismo ha elementi di destra Ma non possiamo regalare a lui il tema della questione morale. Sarebbe una follia E un nostro tema Basta rileggere Berlinguer o le denunce che faceva il Pei su tanti scandali».

Quindi sosterrete i suoi referendum sul lodo Aliano?

«Se c’è un referendum è giusto sostenerlo. Poi credo che non sia giusto farli solo sul lodo Alfano. Andrebbero abrogate la legge 30, la Fini-Giovanardi. Ma non è che se Di Pietro dice una cosa giusta noi diciamo di no perché è Di Pietro. Il punto è un altro e lo voglio dire a Ni­chi noi dobbiamo mettere in campo una Rifondazione in grado di riem­pire le piazze sulla questione morale».

Lei è sostenuto da una maggioranza dove qualcuno si definisce trotzkista, altri le­ninisti. Siete un po’ extraparlamentari?

«Che siamo fuori dal Parlamento è un dato di fatto, ma noi in Parlamento ci voglia­mo tornare. Non sono un estremista Per un comunista la politica è provare a modifica­re i rapporti di forza nella società. Anche D’Alema riconosce che in tutta Europa la sinistra radicale è all’opposizione».

Sì, ma la vede come la fine di una ano­malia positiva.

«Mettiamola così. La Linke non è fatta di estremisti ma di gente come Lafontaine che è stata al governo e che ora non vede condizioni per un accordo con l’Spd. Io pu­re sono stato al governo e non vedo le con­dizioni di un accordo col Pd, con questi rap­porti di forza e con questa linea del Pd. Ci ho provato, ma ho visto che Montezemolo e le gerarchie ecclesiastiche contavano più di me, e non solo più di me».

Alle europee andrete con Diliberto?

«Andremo col nostro simbolo. E faremo i diavoli a quattro se mettono lo sbarra­mento, anche al tre per cento, o se tolgono le preferenze».

Si è sentito con Bertinotti?

«Sì, l’ho chiamato io e ci siamo dati ap­puntamento a settembre. Sto anche chia­mando tutti i segretari delle forze politiche di sinistra e di centrosinistra per incontrarli. Guardi, le do una notizia: mi hanno chiama­to anche dal centrodestra».

Anche il Cavaliere?

«No. Lui no».

03
ago

IL NUOVO RIFORMISMO DI PAOLO FERRERO E LA POLITICA DEI RIVOLUZIONARI


L’esito del settimo congresso nazionale del PRC, con l’avvento della segreteria Ferrero e di una nuova maggioranza politica, non è un semplice episodio congressuale interno del PRC, ma è parte del più ampio processo di ricomposizione degli assetti della sinistra italiana.

Tanto più dunque è importante una prima analisi dell’accaduto, e una prima definizione dell’orientamento, al riguardo, dei marxisti rivoluzionari.
Il tracollo della componente bertinottiana

Il settimo congresso del PRC ha innanzitutto sancito la sconfitta definitiva della componente strettamente bertinottiana del partito: quella componente più organicamente “socialdemocratico-governativa” che aveva lavorato per la liquidazione organizzativa del PRC entro la costituente di una più ampia sinistra socialdemocratica, quale sinistra del centrosinistra.

Questo progetto – inizialmente concordato da Bertinotti coi vertici del PD – è stato prima minato nella sua credibilità dalla traumatica esperienza Prodi e dal suo fallimento; poi è stato dissestato dal nuovo corso veltroniano; poi ancora è stato colpito nel profondo dalla disfatta elettorale dell’Arcobaleno e dall’estromissione dal Parlamento; infine è stato sconfitto impietosamente nel congresso del partito.

La sconfitta congressuale di Bertinotti-Vendola-Giordano va ben al di là dei suoi numeri percentuali: la componente bertinottiana ha perso il controllo di quel partito su cui pensava sino al’ultimo di detenere un diritto divino di comando. La caduta rovinosa di Bertinotti, a seguito del voto del 13-14 Aprile, ha trascinato con sé il grosso di quel gruppo dirigente diffuso che Bertinotti stesso, per dieci anni, aveva selezionato e promosso attorno a sé. Senza l’autorevolezza di un Bertinotti ormai defilato, e sullo sfondo della disfatta elettorale, quel gruppo dirigente si è rivelato profondamente debole: capace di usare la leva dei propri ruoli istituzionali ai fini del controllo clientelare di settori del PRC e del suo tesseramento (in particolare nel Sud) ma incapace di costruire egemonia politica sul corpo complessivo del partito.

La leva vendoliana dei giovani dirigenti “poeti”, capaci di slanci lirici nella denuncia dei mali del mondo, ma incapaci di un’argomentazione razionale di analisi e di linea, poteva reggere nel momento della “vittoria”, quando si trattava di celebrare “il capo” (Bertinotti); ma ha mostrato tutta la sua inconsistenza e impotenza nel momento della sconfitta, che ha coinciso non a caso col suo tracollo.

La minoranza Vendola-Giordano non rinuncerà al proprio progetto politico di costituente di sinistra, seppur oggi disponendo di una forza molto minore e trovandosi su un terreno ben più accidentato (polverizzazione della “sinistra radicale”; concorrenza di Sinistra Democratica e ambienti PD; incognita della legge elettorale). Ma lo persegue da soggetto prevalentemente esterno al PRC, in veste di sua “frazione pubblica”. Se dunque la scissione ancora non c’è, la dinamica probabile pare quella della scissione. Ciò che da un lato misura la piena consapevolezza da parte della minoranza del carattere irreversibile della sconfitta interna subita, dall’altro la espone a emorragie di ritorno in direzione della nuova maggioranza del partito.

La natura trasformista della nuova maggioranza

La nuova maggioranza dirigente del PRC è il prodotto di una spregiudicata operazione trasformista, promossa e diretta da Paolo Ferrero.

Bisogna dare alle cose il loro nome. L’ex ministro del PRC è stato, in quanto tale, fino a ieri, il più diretto corresponsabile, nel partito, delle politiche di sacrifici sociali e di guerra del governo confindustriale di Prodi. Durante l’intera esperienza di governo, non solo non ha mai posto in discussione, neppure per ipotesi, la permanenza del PRC nell’esecutivo, ma si è segnalato sino al’ultimo come il più convinto sostenitore…del proprio ruolo di ministro. Sino a difendere pubblicamente il proprio voto favorevole nel Consiglio dei Ministri al decreto razzista antirumeni dopo il caso Reggiani. Peraltro fu proprio Paolo Ferrero a mostrare la maggiore durezza nella repressione burocratica delle minoranze di sinistra del PRC: nel primo caso contro Progetto Comunista, in occasione del cosiddetto “caso Ferrando” (2006); in secondo luogo nei confronti di Franco Turigliatto e di Sinistra Critica. Da ogni punto di vista, insomma, il governismo di Ferrero è stato davvero di ferro.

Ma, dopo il tracollo del governo e la disfatta elettorale, e alla vigilia del congresso, Paolo Ferrero ha improvvisamente impugnato la bandiera della “svolta a sinistra” al fine di capitalizzare il malcontento interno e usarlo come leva del suo vero e unico obiettivo strategico: non la rifondazione del comunismo, ma la conquista…. della segreteria del partito. Un obiettivo che Ferrero perseguiva dal 2005, da quando si aprì la lotta interna al campo bertinottiano sulla successione a Bertinotti.

Peraltro la biografia politica di Ferrero nel PRC dimostra che le brusche svolte non sono insolite per lui. Né mai sono state innocenti. Ne ‘94, in occasione del secondo congresso del PRC, Ferrero concorse alla formazione della seconda mozione, che contestava la disponibilità del PRC a entrare nel governo del vagheggiato “polo progressista”: e grazie al risultato lusinghiero di quella mozione(20 %), Ferrero entrò con altri cinque compagni nella direzione nazionale del partito in rappresentanza della minoranza. Ma passarono appena sei mesi, e Ferrero scoprì improvvisamente il fascino irresistibile di Fausto Bertinotti: scaricò in fretta e furia la minoranza che lo aveva eletto in cambio dell’ingresso premio nella segreteria nazionale. E dopo un anno diventò il più convinto alfiere del primo accordo di governo col centrosinistra: quello che impegnò il PRC per due anni (Bertinotti, Cossutta e Ferrero fianco a fianco) nel voto al pacchetto Treu, alle finanziarie lacrime e sangue, ai CPT per gli immigrati. E fu proprio Paolo Ferrero a battersi in prima linea a difesa della scelta di governo contro la vecchia sinistra interna: la conquista di un posto in segreteria valeva bene la folgorazione governista.

Così oggi, la scalata al ruolo di segretario val bene la recita della “svolta a sinistra”. Il segno politico è diverso, ma la spregiudicatezza è la stessa. In questo caso la grande capacità di Ferrero è stata quella di costruire attorno al proprio progetto di leadership e al suo rivestimento ideologico una coalizione eterogenea di forze interne, anche tra loro tradizionalmente avversarie. Prima costruendo l’aggregazione della 1° mozione congressuale con la componente togliattiana di Claudio Grassi (Essere Comunisti) e ottenendo la propria egemonia in quella aggregazione. Poi, in sede di congresso nazionale, riuscendo a raccogliere e usare, a proprio vantaggio, le disponibilità dei dirigenti del terzo documento (Ernesto, Area fiorentina, Oltre, Controcorrente) e dei dirigenti del quarto documento (Falce e Martello), che gli hanno portato in dote i propri delegati in cambio di qualche timida concessione letteraria nel testo politico, e soprattutto di qualche ruolo dirigente nella gestione del partito.

Questa è la nuova maggioranza politica del PRC. Una maggioranza certo risicata nei numeri, costretta a fronteggiare una gravissima crisi, segnata da contraddizioni interne, politiche e culturali, profonde. E tuttavia una maggioranza apparentemente determinata a reggere la prova e cementata dall’ebbrezza della conquista di nuovi ruoli. Se riuscirà a tenere nella prossima fase – come è probabile – potrà avvalersi di fisiologici ritorni sul carro del vincitore di settori bertinottiani in disarmo e non più “garantiti”: questo accentuerà ulteriormente i caratteri trasformistici della maggioranza, ma allargherà anche il suo spazio di manovra e di tenuta. Inoltre, l’autonomizzazione della componente vendoliana come frazione pubblica, se da un lato può aggravare per alcuni aspetti la crisi di immagine del partito, dal’altro può favorire, per reazione autodifensiva, il consolidamento della nuova gestione del PRC.

Con tutte le dovute cautele nell’analisi, è dunque possibile prevedere la stabilizzazione di fase di un “nuovo PRC”, sotto l’egemonia del vecchio gruppo dirigente di DP e dell’ala togliattiana del partito. Non sarà il ritorno a DP, fosse pure allargata, ma neanche necessariamente la semplice continuità, in piccolo, del PRC bertinottiano.

“Svolta a sinistra” o bertinottismo “d’antan”?

La cosiddetta “svolta a sinistra” del nuovo PRC – tanto enfatizzata per ragioni diverse sia dalla nuova maggioranza, sia dai vendoliani, dal PD, dalla stampa borghese – ha in realtà una portata molto limitata e contraddittoria. I maggiori accenti letterari sull’impegno sociale e sulla critica al PD, convivono infatti con tutti i tratti di continuità della politica riformista. Anche sul terreno, ove possibile, della diretta collaborazione di classe e della prospettiva di una ricomposizione col PD.

Lo stesso testo fondativo della nuova maggioranza del PRC, è sotto questo profilo esemplare.

a) Il vantato bilancio “autocritico” dell’esperienza Prodi è ridotto ad “un errore d’analisi dei rapporti di forza esistenti” e alla conseguente assenza di risultati per i lavoratori; tacendo così, totalmente, sui…risultati assicurati per due anni alla borghesia, e cioè sul crimine compiuto contro i lavoratori votando la continuità della legge 30, il regalo di dieci miliardi a grandi imprese e banche, la continuità delle missioni di guerra, in cambio di ruoli ministeriali e istituzionali. Non è un silenzio casuale: tacere su quel crimine era ed è la condizione stessa per incoronare a segretario il ministro corresponsabile di quel crimine.

b) Il testo della nuova maggioranza non parla affatto di “rottura col PD”. Si dice un’altra cosa: <>. Ma questa più che la “svolta a sinistra”, è la pura constatazione postuma di un decesso! E poi:<>. Dunque con altri futuri “rapporti di forza” sarà possibile un blocco di governo con il partito di Calearo-Colaninno? E ancora:<> rende <>. Significa che si può riproporre il centrosinistra quando il PD…deciderà di reimbarcare Rifondazione? La verità è che il testo congressuale rimuove ogni analisi della natura di classe del PD, proprio per lasciare aperta la via di future ricomposizioni negoziali con quel partito. Semplicemente considera il rilancio del PRC (politico ed elettorale) come la condizione contrattuale necessaria per il recupero del centrosinistra e del governo. Ma non è stata esattamente questa la politica di Bertinotti (e Ferrero) dopo la caduta del primo governo Prodi ( ‘98 ) in attesa di ricomporre il secondo governo Prodi (2006)?

c) Il testo della nuova maggioranza non rivendica affatto l’uscita dalle giunte di centrosinistra.  Il che, a prescindere da ogni altra considerazione, significa ignorare la verifica dei fatti, già realizzata in ben tredici anni di governi locali di centrosinistra, e dunque legittimare la continuità di quelle esperienze, magari con qualche ritocco. Non a caso la prima dichiarazione pubblica di Ferrero, dopo la sua elezione a segretario, è stata quella di rassicurare il PD sulla continuità delle amministrazioni locali. Nelle quali siedono, è bene ricordarlo, tanti assessori del PRC legati proprio alla nuova maggioranza del partito: come nel caso della giunta paraleghista di Penati nella provincia di Milano (assessore Barzaghi); nella giunta iperliberista di Martini in Toscana (assessore Baronti); nella giunta regionale iperprivatizzatrice di Burlando in Liguria (assessore Zunino); così come fino a ieri nella giunta del malaffare abruzzese (assessora Betty Mura). Significa dunque che non vi sarà nessun caso di possibile rottura di singoli accordi locali? No, non è escluso (come del resto accadde occasionalmente anche in epoca bertinottiana, ad esempio nel comune di Firenze). Ma certo la linea generale è un’altra, ed è quella di sempre: tenere ben salde, ovunque possibile, le proprie radici nelle giunte locali di centrosinistra ai fini del possibile rilancio negoziale di un accordo nazionale di centrosinistra. Ma non è questa esattamente la riproposizione dell’impostazione bertinottiana del ‘94-’95 e del ‘98-2006?

d) Il testo della nuova maggioranza, generalmente presentato come atto di rilancio dell’identità comunista del partito, rimuove totalmente proprio la tematica del comunismo come programma anticapitalista. Il richiamo al comunismo, come in tutta la tradizione del PRC, resta un riferimento simbolico. Per citare Paolo Ferrero, nel suo intervento al congresso, “Il comunismo è un universo simbolico”; cioè una bandiera, una falce e martello, una storia, una critica del capitalismo, tutto ciò che si vuole, tranne che un concreto programma di “abolizione dello stato di cose presenti” (Marx). E proprio perché astratto, questo universo simbolico del comunismo può abbracciare con la massima disinvoltura tutto e il suo contrario, come per l’appunto nel testo di maggioranza del PRC: dalla “ricerca sul tema della non violenza” (sic) alla citazione dei “movimenti rivoluzionari” (?); dal riferimento al partito della Sinistra europea (neosocialdemocratica) al riferimento ai “partiti comunisti” stalinisti (incluso, secondo l’Ernesto, il PC cinese e il PC coreano, sempre a proposito…di non violenza). Peraltro, proprio perché ridotto a puro universo simbolico, il “comunismo” di Ferrero non comporta alcuna ricaduta sull’impostazione rivendicativa, politica e programmatica, nel presente. E infatti convive, nel testo di maggioranza, con un programma esclusivamente immediato e minimale. “Diritti sociali, civili, ambientali, sono per noi le diverse facce di uno stesso progetto: l’alternativa di società”, afferma il testo. Ma siccome nulla si dice su cosa sia l’alternativa di società, dal punto di vista dei rapporti di produzione, di proprietà, di potere, resta solo la rivendicazione dei diritti, magari nella forma – afferma il testo – di “una stagione referendaria sulle questioni della precarietà, della democrazia nei luoghi di lavoro, dell’antiproibizionismo…”. Naturalmente, non siamo contrari per principio al ricorso a iniziative referendarie su temi sociali o civili (a differenza di Falce e Martello che ora, come si vede, si è rapidamente convertito). Ma è possibile ridurre l’anticapitalismo comunista alla campagna referendaria sui diritti (in vecchio stile DP), senza oltretutto selezionare nessuna proposta concreta di impostazione politica, di parole d’ordine, di linea di massa, neppure sull’opposizione di classe in autunno contro il governo e il padronato?

Ancora una volta, sotto il vestito niente. E del resto: se la prospettiva politica reale resta quella di una futura ricomposizione negoziale col PD, a partire dalla continuità delle giunte locali di centrosinistra, come può dispiegarsi in quel quadro una svolta reale sul terreno dell’azione di massa e dell’elaborazione programmatica anticapitalistica?

La capitolazione delle sinistre interne

I gruppi dirigenti delle mozioni interne di sinistra (terzo e quarto documento) hanno sorretto l’operazione trasformista dell’ex ministro Ferrero con il proprio trasformismo.

Dopo aver condotto una campagna congressuale mirata formalmente a denunciare la “falsa alternativa” del documento Ferrero rispetto alla mozione Vendola, hanno usato le migliaia di voti raccolti per votare Ferrero segretario e promuovere una maggioranza politica con Ferrero. Migliaia di militanti di base del PRC che nei propri congressi di circolo avevano espresso, in forme diverse, la domanda di una svolta coerente, comunista e classista, si trovano prigionieri di una maggioranza guidata dall’ex ministro di un governo di guerra, attorno a un indirizzo politico subalterno.

Tutti gli argomenti tesi a giustificare il sostegno politico a Ferrero (”Non potevamo far altro”, “La dinamica che si è aperta sposterà Ferrero a sinistra”, “Bisogna stare nei processi”) sono solo l’eterna ripetizione degli argomenti che tutte le varie sinistre centriste del PRC hanno opposto per quindici anni alla battaglia indipendente dell’opposizione marxista rivoluzionaria in quel partito (’91-2006): come nel ‘95 (in occasione del contrasto tra Bertinotti-Cossutta e l’opposizione di destra di Magri e Crucianelli); come nel ‘98 (in occasione della rottura tra Bertinotti e Cossutta); come nel 2002 (in occasione del contrasto tra Bertinotti e Grassi sullo sfondo della stagione dei movimenti). Ogni volta le varie sinistre centriste motivavano l’accordo politico con Bertinotti contro la destra interna, in nome della “dinamica”, del “processo reale”, dello “stare nei processi”. E ogni volta i marxisti rivoluzionari – che sempre combinarono la battaglia contro le destre interne con la rigorosa indipendenza politica dal bertinottismo – furono accusati di astrattezza, rigidità ideologica, incomprensione della realtà. Salvo vedere confermate tutte le proprie ragioni e previsioni.

La storia si ripete oggi in rapporto a Paolo Ferrero e in un contesto nuovo. I gruppi dirigenti del terzo e quarto documento si sono rivelati clamorosamente incapaci di difendere e sviluppare l’indipendenza politica delle proprie ragioni dalle pressioni delle componenti riformiste (demoproletarie e grassiane) e del bipolarismo interno al PRC. E’ la riprova che senza un progetto di costruzione di un partito indipendente, comunista e rivoluzionario, ogni opposizione interna al PRC è destinata, in un modo o nell’altro, alla subalternità politica.

E questa subalternità non solo oggi si è espressa nel voto congressuale a un documento riformista, ma si manifesta sin dalle prime ore dopo il congresso nell’adattamento alle compatibilità interne della nuova maggioranza. Persino sul terreno discriminante delle giunte locali. Laddove, ad esempio, Claudio Bellotti (quarto documento) che sino a due giorni prima chiedeva l’uscita dalle giunte, ora dichiara su Liberazione che “Va data facoltà ai territori di decidere a partire dai contenuti” (Lib, 29 Luglio). Che è esattamente la foglia di fico universale della continuità decennale delle giunte di centrosinistra. Chiediamo: è questo che avevano votato, nei congressi, i compagni del quarto documento?

Il PCL e la “nuova Rifondazione”

Il Partito Comunista dei Lavoratori è nato da una lunga battaglia politica e morale, controcorrente, contro il trasformismo della sinistra italiana. Anche di quello che ha attraversato il PRC. Il bilancio del settimo congresso del PRC ci consolida nelle nostre ragioni e nelle nostre scelte.
Naturalmente ci rapporteremo con attenzione al nuovo PRC di Paolo Ferrero. Ricercheremo ovunque possibile la più ampia unità d’azione nella lotta contro il padronato e Berlusconi: a partire da quella grande manifestazione unitaria d’autunno che proponiamo per l’11 Ottobre e che sarebbe ora di iniziare a preparare. Saremo disponibili a costruire col PRC e con tutti i suoi compagni e compagne, esperienze comuni di confronto e di iniziativa nelle quotidiane battaglie di classe, ambientaliste, antimperialiste, femministe. E speriamo anche, finalmente, anticlericali.
Ma lo faremo orgogliosi della nostra costruzione indipendente e della nostra identità: quella dell’unico partito della sinistra italiana che non si è inginocchiato di fronte alla borghesia; che non si è compromesso, né in tutto, né “criticamente”, nella disfatta di questi anni; che ha fatto e fa dell’indipendenza di classe del movimento
operaio, e quindi della rottura col PD confindustriale (ieri, oggi e domani), l’asse strategico della propria proposta politica nella prospettiva di un’alternativa anticapitalista. L’unico partito, insomma, che considera il comunismo non un simbolo da riverire, ma un programma da realizzare: quello della rivoluzione sociale e del governo dei lavoratori.

Esecutivo nazionale Pcl

31
lug

Ferrero trasformista

Marco Ferrando, del Partito comunista dei lavoratori (Pcl): ‘La nuova maggioranza interna del Prc non e’ solo una somma spregiudicata di contraddizioni insolubili, ma il frutto di un’operazione trasformista”.

‘L’ex ministro del Prc nel governo confindustriale di Prodi il piu’ diretto corresponsabile fino a ieri di missioni militari e sacrifici sociali, ha improvvisamente impugnato la bandiera della ’svolta a sinistra’ per conquistare la segreteria; facendo leva sullo scontento interno per la disfatta cui egli stesso ha concorso, e sul voto determinante di chi contestava il governo Prodi e il suo ministero”.

”Quanto alla ’svolta a sinistra’, contano i fatti non le parole  Il primo atto del nuovo segretario del Prc e’ stato quello di rassicurare il Pd sulla continuita’ delle giunte di centrosinistra: che non a caso vedono proprio gli assessori legati a Ferrero nella giunta para-leghista di Penati a Milano, nella giunta abruzzese travolta dagli scandali, nella giunta liberista Toscana, nella giunta privatizzatrice di Burlando in Liguria. E’ questa la svolta?”.

”Il Pcl chiede pubblicamente al Prc di rompere con quelle giunte e con i poteri forti che le sorreggono. Ma vorra’ mai Paolo Ferrero rompere con i propri assessori? Di certo il Pcl mantiene pienamente il proprio progetto di costruzione indipendente di un partito comunista e rivoluzionario. Disponibilissimo alla piu’ larga unita’ d’azione con tutte le sinistre contro Berlusconi, ma impegnato a raggruppare attorno a un coerente programma comunista tutti quei militanti del Prc che non vogliono piu’ fare da sgabello di operazioni trasformiste, vecchie o nuove”




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