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07
ago

Prc: svolta a sinistra o trasformismo?

di Marco Ferrando – Portavoce nazionale del Pcl
Il settimo Congresso del Prc, nella sua dinamica e nel suo esito, non può davvero essere ridotto a fatto interno di partito. Esso è parte di un processo più generale di ricomposizione della sinistra italiana, e per questo richiama, anche per il Partito comunista dei lavoratori, la responsabilità di un giudizio politico impegnativo.

Ho e abbiamo un rispetto profondo per i militanti e gli iscritti di Rifondazione comunista, ove ho militato per quindici anni. E ho ragione di credere che questo rispetto sia ricambiato. Proprio per questo voglio onorarlo col dono della sincerità – com’è dovere dei comunisti – fuori da ogni ipocrita diplomatismo.

No, non ho visto nell’esito del settimo congresso quella svolta strategica “a sinistra” che tanti tendono in questi giorni, per interessi opposti, ad esaltare o demonizzare. Ho visto piuttosto un altro fenomeno, sicuramente anch’esso “di svolta”, ma di altra natura: un ricambio traumatico degli assetti dirigenti, nel segno di una guerra spietata per la leadership e di uno spregiudicato trasformismo.

Il cuore del vecchio gruppo dirigente “bertinottiano” ha perso non un congresso, ma un partito: più precisamente il “suo” partito, quello che per lungo tempo è stato il partito del segretario, e dei gruppi dirigenti che egli ha raccolto e selezionato attorno a sé sulla base della fedeltà alla linea. Quel gruppo dirigente – è bene riconoscerlo – non è stato travolto da un complotto interno, ma, in ultima analisi, dall’onda d’urto della disfatta di quell’intero corso politico che ha trascinato Rifondazione nel governo del grande capitale, e che per questo l’ha compromessa, contro i lavoratori, nei sacrifici sociali e nelle missioni di guerra.

Ma proprio qui sta, a me pare, il primo paradosso del congresso. La nuova leadership non solo non è stata l’esito di una battaglia interna contro quella lunga politica di compromissione, ma si è improvvisamente incarnata nell’unico “ministro comunista” del governo confindustriale di Prodi: ossia in chi, fino all’ultimo e senza incertezze, ha direttamente cogestito per due anni le politiche della borghesia (col plauso postumo di D’Alema); ha pubblicamente difeso il proprio voto ministeriale a tutte le scelte di fondo del governo (decreto antirumeni incluso); ha avuto persino un ruolo diretto nella repressione di quelle minoranze interne del Prc che, in fasi diverse e con diverse coerenze, contrastavano o disturbavano il governismo del partito. Non è un po’ singolare?

Osservo questo, sia ben chiaro, non per contestare il diritto alla conversione politica anche la più repentina, che è un diritto democratico di chiunque, persino di un ex ministro, persino se avviene dopo la caduta del governo e alla vigilia di un congresso. Ma perché questo interroga la credibilità politica della “svolta a sinistra” che il congresso ha annunciato, e quindi la stessa natura del nuovo Prc nella sinistra italiana.

Dov’è il segno della “svolta strategica”, nelle stesse pieghe del documento congressuale conclusivo?

Nel testo approvato dalla nuova maggioranza non vi è un solo rigo – uno solo – sulle responsabilità del Prc negli anni di Prodi contro i lavoratori e i movimenti (neppure sulle missioni di guerra). Si dice semplicemente che «è superata la collaborazione organica col Pd nella fallimentare esperienza dell’Unione». Ma questa non è né un’autocritica, né una svolta: è la banale constatazione postuma di un decesso.Nel testo si legge che «è sbagliato» riproporre oggi il centrosinistra «quando il Pd ha una linea neocentrista» e «i rapporti di forza esistenti» sono sfavorevoli. Dunque se un domani il Prc si rafforzasse e il Pd “riaprisse” al Prc, si potrebbe ritornare al governo col Pd di Calearo e Colaninno? Emblematico è il passo sulle giunte locali. Dove non c’è alcuna rettifica di linea generale. Si dice semplicemente che «andranno verificate» sui contenuti. Ma è quello che si ripete ritualmente da tredici anni; è quello che ha ritualmente ribadito persino il recente congresso del Pdci (!); è la frase canonica con cui si rimuove la verifica impietosa dei fatti, quelli che vedono assessori di Prc e Pdci in tutta Italia coinvolti da anni in amministrazioni sempre più impresentabili (inclusa la provincia di Milano, la Toscana, la Liguria, come ieri l’Abruzzo…). In base ad una linea nazionale spregiudicata che ha sempre usato la partecipazione alle giunte come canale di rapporto col centrosinistra nazionale, o come leva negoziale di pressione per ricomporre il centrosinistra. Il fatto che il primo atto del nuovo segretario del Prc sia stato quello di rassicurare il Pd sulla continuità delle giunte chiarisce ogni dubbio al riguardo. E’ questa la “svolta a sinistra”?

Peraltro da quando è nato, il Prc celebra in ogni congresso una “svolta a sinistra”. Fu chiamata “svolta a sinistra” l’opposizione al governo Dini nel ‘95: ma servì a preparare contrattualmente il primo accordo di governo con Romano Prodi (’96). Quello del voto al pacchetto Treu e ai Cpt. Fu chiamata “svolta a sinistra” quella del ‘98, poi ricelebrata nel 2002, sullo sfondo della stagione dei movimenti: ma servì a ricostruire la massa critica negoziale per ricomporre il secondo governo Prodi (2006), con tanto di sottosegretari, ministri, presidenze. L’attuale “svolta a sinistra” del Prc si muove in un contesto politico certo più problematico e con un partito notevolmente più debole: ma la sua immutata ambizione è quella di favorire il ritorno, in prospettiva, nel grande gioco del governo.

Del resto, se il “comunismo” rimane – per citare Ferrero – un puro “universo simbolico”; se dunque, al di là delle parole, tutto si riduce all’esistente (cioè al capitalismo reale), per quale ragione di principio si dovrebbe rinunciare ad un assessore oggi e a un ministro domani? Se tutto si riduce all’esistente, il governo dell’esistente diventa il tutto: cioè la meta della politica. E l’opposizione, anche la più gridata, diventa ogni volta l’anticamera del governo o della sua ricerca. Questa è stata la storia della socialdemocrazia e dello stalinismo nella lunga pagina del Novecento. Quella Rifondazione che avrebbe dovuto ripudiarla, l’ha invece riproposta, seppur in miniatura.

E qui osservo un secondo paradosso del settimo congresso. Meno appariscente del primo, ma forse ancora più clamoroso. Quello che ha visto la confluenza attorno a Ferrero, in una comune maggioranza politica, di quei gruppi dirigenti del terzo e quarto documento che avevano formalmente evocato, anche contro Ferrero, la necessità di una autentica Rifondazione. E’ troppo vedere anche qui il segno triste del trasformismo? Il terzo e quarto documento avevano denunciato pubblicamente per mesi la “falsa alternativa” tra Ferrero e Vendola. Avevano raccolto il voto di migliaia di militanti comunisti del Prc attorno al rifiuto del bipolarismo interno. Avevano raccolto più in generale, su basi politiche diverse, una domanda reale di svolta strategica, comunista e classista, del partito.

Ma tutto questo patrimonio di quadri e militanti è stato portato in dote alla nuova leadership in sole 48 ore. La “svolta operaia” di Falce e Martello si è improvvisamente inchinata alla continuità degli assessori. La celebrazione retorica della Rivoluzione d’Ottobre si è sposata con “la ricerca della non violenza”. Il comunismo più ideologico o formalmente “rivoluzionario” ha scoperto “la Sinistra europea”. Il tutto in cambio di qualche pallidissima concessione letteraria (e della pubblica promessa di nuovi ruoli di gestione).
Questa è la vera vittoria di Paolo Ferrero. E la misura, se posso complimentarmi, della sua indubbia capacità. Non quella di aver sconfitto Vendola, con cui ha condiviso il corso politico governativo. Non quella di aver conquistato la leadership di quel campo di rovine che lui stesso ha concorso a produrre. Ma quella di aver assimilato e arruolato le sinistre interne. Come aveva fatto Bertinotti, proprio con Paolo Ferrero e la sua area, nel ‘95. Come Bertinotti e Ferrero avevano fatto con l’area di Bandiera Rossa (futura Sinistra Critica) nel ‘98-2003. Ogni volta le cosiddette “svolte a sinistra” hanno assimilato le sinistre interne claudicanti e disponibili, sgombrando la via alle successive svolte governiste. La storia si ripete, come si vede, immemore delle lezioni. Lasciando ogni volta sulla strada, purtroppo, migliaia di compagni disorientati, delusi, traditi.

Il Partito comunista dei lavoratori è nato da una lunga battaglia politica e morale, controcorrente, contro il trasformismo della sinistra italiana. Anche di quello che ha attraversato il Prc. Il bilancio del settimo congresso di Rifondazione ci consolida nelle nostre ragioni e nelle nostre scelte.

Naturalmente ci rapporteremo con attenzione al nuovo Prc di Paolo Ferrero. Ricercheremo ovunque possibile la più ampia unità d’azione nella lotta contro il padronato e Berlusconi: a partire da quella grande manifestazione unitaria d’autunno che proponiamo per l’11 Ottobre e che sarebbe ora di iniziare a preparare. Saremo disponibili a costruire col Prc e con tutti i suoi compagni e compagne, esperienze comuni di confronto e di iniziativa nelle quotidiane battaglie di classe, ambientaliste, antimperialiste, femministe. E speriamo anche, finalmente, anticlericali.

Ma lo faremo orgogliosi della nostra costruzione indipendente e della nostra identità: quella dell’unico partito della sinistra italiana che non si è inginocchiato di fronte alla borghesia; che non si è compromesso, né in tutto, né “criticamente”, nella disfatta di questi anni; che ha fatto e fa dell’indipendenza di classe del movimento operaio, e quindi della rottura col Pd confindustriale (ieri, oggi e domani), l’asse strategico della propria proposta politica nella prospettiva di un’alternativa anticapitalista. L’unico partito, insomma, che considera il comunismo non un simbolo da riverire, ma un programma da realizzare: quello della rivoluzione sociale e del governo dei lavoratori.

da LIBERAZIONE

03
ago

Un'intervista a Ferrero Da "Il Riformista" del 31 luglio 2008

Pubblichiamo qui di seguito un’interessante intervista rilasciata da Ferrero a Il Rifomista. Nelle risposte del neo segretario del Prc riapppare chiara come il sole la vecchia politica bertinottiana tenuta tra la fine degli anni ‘90 e i primi del nuovo secolo: finte “rotture” per ricreare una massa critica per accordi con il centrosinistra, oggi Pd. Ciò si nota in particolare quando Ferrero afferma “(…) Con questo Pd niente alleanze, non con il Pd in generale. (…) Finchè il Pd tiene questa linea politica alleanze organiche per il governo del paese no. Ma non con il Pd in sé (..)” Facile caro Ferreo dichiarasi indisponibili a tornare al governo con il Pd quando la maggioranza del parlamento ed il governo sono saldamente in mano a Berlusconi.

Da notare, tra le altre cose, la dichiarazione di Ferrero per cui “E’ un’invenzione che usciremo dalle giunte. Vedremo caso per caso”. Tradotto: “dove il Pd ci piglia o non ci sbatte fuori, andiamo e rimaniamo in giunta”, infatti non vi è alcun caso in cui il Prc si appresti a rompere con il Pd a livello locale. Nemmeno alla Provincia di Milano, dove il Prc governa con il demoleghista Penati che vorrebbe multare i migranti che pregano per strada. Magari il Prc romperà con il Pd alla Regione Lombardia, tanto lì governa il Pdl di Formigoni. (M.T.)

Intervista al segretario di Rifondazione – Ferrero a D’alema: “Parliamo”
Di Alessandro De Angelis

Parla Ferrero neo segretario del Prc: “D’ALEMA PIU’ REALISTA DI VENDOLA”

«Voglio dire a Nichi che l’egemonia della de­stra la vedo eccome». E ancora: «Con questo Pd niente alleanze, non col Pd in generale». 11 neose­gretario di Rifondazione Paolo Ferrerò, in una conversazione col Riformista, manda un messag­gio a D’Alema: «A D’Alema dico: non interessa al Pd se riportiamo a votare i nostri?».

Ferrero, Vendola l’ accusa di non aver capito la destra.

«E una tesi completamente priva di fondamento. L’ege­monia della destra la vedo ec­come. E ha due elementi di forza enormi».

Quali?

«Il primo è che Berlusco­ni ha vinto proponendo un suo immaginario. Per dirla in breve: chi è ricco ha ragione, chi è povero ha torto; o il fatto che i proble­mi sociali vengano vissuti come problemi indivi­duali e non collettivi. Il secondo è che ha vinto sul terreno concreto: Tremoliti è l’unico che fa un’ana­lisi corretta della globalizzazione».

Si spieghi meglio.

«Il movimento no global di qualche anno fa era entrato in sintonia con il senso comune. Poi è anda­ta in crisi la globalizzazione. E dentro questa crisi sono aumentate l’insicurezza e la paura del futuro. Tremonti si è messo in sintonia con questa paura della società e la destra ha vinto. La sua idea, però, è che la coperta è corta e non può coprire tutti. Quindi alcuni non possono essere garantiti: i cinesi. i rom, gli immigrati. E un modello reazionario».

E voi?

«Il centrosinistra su questo ha balbetta­to. Veltroni ha scimmiottato il kennedismo degli anni Sessanta proponendo, in una so­cietà dominata dalla paura, una sorta di mi­to della “nuova frontiera”».

Invece?

«Invece la vera battaglia per l’egemo­nia dobbiamo farla veramente con la de­stra Vendola e Giordano mi accusano di voler fare l’opposizione più al governo om­bra che al Pd. E una sciocchezza».

Quindi niente alleanze col Pd?

«Finché il Pd tiene questa linea politica alleanze organiche per il governo del paese no. Ma non col Pd in sé. Questo Pd non as­somiglia nemmeno lontanamente a una so­cialdemocrazia che vuole le riforme».

E cioè da dove ripartite?

«Il nodo è sociale. Se è vera l’analisi che ho fatto sulla vittoria della destra, noi dob­biamo ripartire dal conflitto. Se lo schema Tremonti ci impone il conflitto tra ultimi e penultimi, noi dobbiamo riappropriarci del conflitto del basso contro l’alto per ricostrui­re una comunità E dal punto di vista simbo­lico dobbiamo ripartire dal comunismo co­me giustizia sociale e libertà Dire “siamo tutti uguali” non è anticaglia».

E ll Pd?

«Guardi Bersani e D’Alema sono più realisti di Nichi su questo punto».

D’Alema ieri su Liberazione ha parla­to di una Rifondazione più isolata e più ar­retrata.

«Capisco che l’esito di Chianciano scompiglia il suo schema Tuttavia c’è un punto in cui D’Alema dice: “Trovo utile la volontà di dar voce a una questione sociale che si pone in termini sempre più dramma­tici”. E aggiunge che è l’unica luce che vede spuntare da Chianciano. Io dico: è una gran­de luce».

Vuole dialogare con D’Alema?

«Diciamo così: sembrava che alla crisi della società si potessero dare risposte solo partendo dal piano istituzionale. Badi che io sono d’accordo con D’Alema che il riordi­no istituzionale sia necessario e sono anche d’accordo sul modello tedesco da lui soste­nuto. Ciò detto il punto decisivo è un altro».

Quale?

«Il problema della sinistra è tornare nella società. Lo voglio dire anche a D’Ale­ma. Il risultato elettorale mostra come la de­stra non ha aumentato il suo bacino eletto­rale, invece soprattutto i nostri sono rimasti a casa. Credo che sia un problema anche della sinistra moderata far tor­nare a votare qualche milione di persone. O no?».

E le giunte?

«E un’invenzione che usci­remo dalle giunte. Vedremo ca­so per caso. In Abruzzo abbia­mo chiesto al Pd di rinnovare le sue liste ed escludere gli inqui­siti. In Calabria, dopo che sia­mo usciti dalla giunta anche sulla questione morale, credo che sia sbagliato rientrare. Guardi che la questione morale è impor­tante».

La combatterete con Di Pietro che, però, tanto di sinistra non è.

«E vero che il dipietrismo ha elementi di destra Ma non possiamo regalare a lui il tema della questione morale. Sarebbe una follia E un nostro tema Basta rileggere Berlinguer o le denunce che faceva il Pei su tanti scandali».

Quindi sosterrete i suoi referendum sul lodo Aliano?

«Se c’è un referendum è giusto sostenerlo. Poi credo che non sia giusto farli solo sul lodo Alfano. Andrebbero abrogate la legge 30, la Fini-Giovanardi. Ma non è che se Di Pietro dice una cosa giusta noi diciamo di no perché è Di Pietro. Il punto è un altro e lo voglio dire a Ni­chi noi dobbiamo mettere in campo una Rifondazione in grado di riem­pire le piazze sulla questione morale».

Lei è sostenuto da una maggioranza dove qualcuno si definisce trotzkista, altri le­ninisti. Siete un po’ extraparlamentari?

«Che siamo fuori dal Parlamento è un dato di fatto, ma noi in Parlamento ci voglia­mo tornare. Non sono un estremista Per un comunista la politica è provare a modifica­re i rapporti di forza nella società. Anche D’Alema riconosce che in tutta Europa la sinistra radicale è all’opposizione».

Sì, ma la vede come la fine di una ano­malia positiva.

«Mettiamola così. La Linke non è fatta di estremisti ma di gente come Lafontaine che è stata al governo e che ora non vede condizioni per un accordo con l’Spd. Io pu­re sono stato al governo e non vedo le con­dizioni di un accordo col Pd, con questi rap­porti di forza e con questa linea del Pd. Ci ho provato, ma ho visto che Montezemolo e le gerarchie ecclesiastiche contavano più di me, e non solo più di me».

Alle europee andrete con Diliberto?

«Andremo col nostro simbolo. E faremo i diavoli a quattro se mettono lo sbarra­mento, anche al tre per cento, o se tolgono le preferenze».

Si è sentito con Bertinotti?

«Sì, l’ho chiamato io e ci siamo dati ap­puntamento a settembre. Sto anche chia­mando tutti i segretari delle forze politiche di sinistra e di centrosinistra per incontrarli. Guardi, le do una notizia: mi hanno chiama­to anche dal centrodestra».

Anche il Cavaliere?

«No. Lui no».

03
ago

Un'intervista a Ferrero Da "Il Riformista" del 31 luglio 2008

Pubblichiamo qui di seguito un’interessante intervista rilasciata da Ferrero a Il Rifomista. Nelle risposte del neo segretario del Prc riapppare chiara come il sole la vecchia politica bertinottiana tenuta tra la fine degli anni ‘90 e i primi del nuovo secolo: finte “rotture” per ricreare una massa critica per accordi con il centrosinistra, oggi Pd. Ciò si nota in particolare quando Ferrero afferma “(…) Con questo Pd niente alleanze, non con il Pd in generale. (…) Finchè il Pd tiene questa linea politica alleanze organiche per il governo del paese no. Ma non con il Pd in sé (..)” Facile caro Ferreo dichiarasi indisponibili a tornare al governo con il Pd quando la maggioranza del parlamento ed il governo sono saldamente in mano a Berlusconi.

Da notare, tra le altre cose, la dichiarazione di Ferrero per cui “E’ un’invenzione che usciremo dalle giunte. Vedremo caso per caso”. Tradotto: “dove il Pd ci piglia o non ci sbatte fuori, andiamo e rimaniamo in giunta”, infatti non vi è alcun caso in cui il Prc si appresti a rompere con il Pd a livello locale. Nemmeno alla Provincia di Milano, dove il Prc governa con il demoleghista Penati che vorrebbe multare i migranti che pregano per strada. Magari il Prc romperà con il Pd alla Regione Lombardia, tanto lì governa il Pdl di Formigoni. (M.T.)

Intervista al segretario di Rifondazione – Ferrero a D’alema: “Parliamo”
Di Alessandro De Angelis

Parla Ferrero neo segretario del Prc: “D’ALEMA PIU’ REALISTA DI VENDOLA”

«Voglio dire a Nichi che l’egemonia della de­stra la vedo eccome». E ancora: «Con questo Pd niente alleanze, non col Pd in generale». 11 neose­gretario di Rifondazione Paolo Ferrerò, in una conversazione col Riformista, manda un messag­gio a D’Alema: «A D’Alema dico: non interessa al Pd se riportiamo a votare i nostri?».

Ferrero, Vendola l’ accusa di non aver capito la destra.

«E una tesi completamente priva di fondamento. L’ege­monia della destra la vedo ec­come. E ha due elementi di forza enormi».

Quali?

«Il primo è che Berlusco­ni ha vinto proponendo un suo immaginario. Per dirla in breve: chi è ricco ha ragione, chi è povero ha torto; o il fatto che i proble­mi sociali vengano vissuti come problemi indivi­duali e non collettivi. Il secondo è che ha vinto sul terreno concreto: Tremoliti è l’unico che fa un’ana­lisi corretta della globalizzazione».

Si spieghi meglio.

«Il movimento no global di qualche anno fa era entrato in sintonia con il senso comune. Poi è anda­ta in crisi la globalizzazione. E dentro questa crisi sono aumentate l’insicurezza e la paura del futuro. Tremonti si è messo in sintonia con questa paura della società e la destra ha vinto. La sua idea, però, è che la coperta è corta e non può coprire tutti. Quindi alcuni non possono essere garantiti: i cinesi. i rom, gli immigrati. E un modello reazionario».

E voi?

«Il centrosinistra su questo ha balbetta­to. Veltroni ha scimmiottato il kennedismo degli anni Sessanta proponendo, in una so­cietà dominata dalla paura, una sorta di mi­to della “nuova frontiera”».

Invece?

«Invece la vera battaglia per l’egemo­nia dobbiamo farla veramente con la de­stra Vendola e Giordano mi accusano di voler fare l’opposizione più al governo om­bra che al Pd. E una sciocchezza».

Quindi niente alleanze col Pd?

«Finché il Pd tiene questa linea politica alleanze organiche per il governo del paese no. Ma non col Pd in sé. Questo Pd non as­somiglia nemmeno lontanamente a una so­cialdemocrazia che vuole le riforme».

E cioè da dove ripartite?

«Il nodo è sociale. Se è vera l’analisi che ho fatto sulla vittoria della destra, noi dob­biamo ripartire dal conflitto. Se lo schema Tremonti ci impone il conflitto tra ultimi e penultimi, noi dobbiamo riappropriarci del conflitto del basso contro l’alto per ricostrui­re una comunità E dal punto di vista simbo­lico dobbiamo ripartire dal comunismo co­me giustizia sociale e libertà Dire “siamo tutti uguali” non è anticaglia».

E ll Pd?

«Guardi Bersani e D’Alema sono più realisti di Nichi su questo punto».

D’Alema ieri su Liberazione ha parla­to di una Rifondazione più isolata e più ar­retrata.

«Capisco che l’esito di Chianciano scompiglia il suo schema Tuttavia c’è un punto in cui D’Alema dice: “Trovo utile la volontà di dar voce a una questione sociale che si pone in termini sempre più dramma­tici”. E aggiunge che è l’unica luce che vede spuntare da Chianciano. Io dico: è una gran­de luce».

Vuole dialogare con D’Alema?

«Diciamo così: sembrava che alla crisi della società si potessero dare risposte solo partendo dal piano istituzionale. Badi che io sono d’accordo con D’Alema che il riordi­no istituzionale sia necessario e sono anche d’accordo sul modello tedesco da lui soste­nuto. Ciò detto il punto decisivo è un altro».

Quale?

«Il problema della sinistra è tornare nella società. Lo voglio dire anche a D’Ale­ma. Il risultato elettorale mostra come la de­stra non ha aumentato il suo bacino eletto­rale, invece soprattutto i nostri sono rimasti a casa. Credo che sia un problema anche della sinistra moderata far tor­nare a votare qualche milione di persone. O no?».

E le giunte?

«E un’invenzione che usci­remo dalle giunte. Vedremo ca­so per caso. In Abruzzo abbia­mo chiesto al Pd di rinnovare le sue liste ed escludere gli inqui­siti. In Calabria, dopo che sia­mo usciti dalla giunta anche sulla questione morale, credo che sia sbagliato rientrare. Guardi che la questione morale è impor­tante».

La combatterete con Di Pietro che, però, tanto di sinistra non è.

«E vero che il dipietrismo ha elementi di destra Ma non possiamo regalare a lui il tema della questione morale. Sarebbe una follia E un nostro tema Basta rileggere Berlinguer o le denunce che faceva il Pei su tanti scandali».

Quindi sosterrete i suoi referendum sul lodo Aliano?

«Se c’è un referendum è giusto sostenerlo. Poi credo che non sia giusto farli solo sul lodo Alfano. Andrebbero abrogate la legge 30, la Fini-Giovanardi. Ma non è che se Di Pietro dice una cosa giusta noi diciamo di no perché è Di Pietro. Il punto è un altro e lo voglio dire a Ni­chi noi dobbiamo mettere in campo una Rifondazione in grado di riem­pire le piazze sulla questione morale».

Lei è sostenuto da una maggioranza dove qualcuno si definisce trotzkista, altri le­ninisti. Siete un po’ extraparlamentari?

«Che siamo fuori dal Parlamento è un dato di fatto, ma noi in Parlamento ci voglia­mo tornare. Non sono un estremista Per un comunista la politica è provare a modifica­re i rapporti di forza nella società. Anche D’Alema riconosce che in tutta Europa la sinistra radicale è all’opposizione».

Sì, ma la vede come la fine di una ano­malia positiva.

«Mettiamola così. La Linke non è fatta di estremisti ma di gente come Lafontaine che è stata al governo e che ora non vede condizioni per un accordo con l’Spd. Io pu­re sono stato al governo e non vedo le con­dizioni di un accordo col Pd, con questi rap­porti di forza e con questa linea del Pd. Ci ho provato, ma ho visto che Montezemolo e le gerarchie ecclesiastiche contavano più di me, e non solo più di me».

Alle europee andrete con Diliberto?

«Andremo col nostro simbolo. E faremo i diavoli a quattro se mettono lo sbarra­mento, anche al tre per cento, o se tolgono le preferenze».

Si è sentito con Bertinotti?

«Sì, l’ho chiamato io e ci siamo dati ap­puntamento a settembre. Sto anche chia­mando tutti i segretari delle forze politiche di sinistra e di centrosinistra per incontrarli. Guardi, le do una notizia: mi hanno chiama­to anche dal centrodestra».

Anche il Cavaliere?

«No. Lui no».

03
ago

Un'intervista a Ferrero Da "Il Riformista" del 31 luglio 2008

Pubblichiamo qui di seguito un’interessante intervista rilasciata da Ferrero a Il Rifomista. Nelle risposte del neo segretario del Prc riapppare chiara come il sole la vecchia politica bertinottiana tenuta tra la fine degli anni ‘90 e i primi del nuovo secolo: finte “rotture” per ricreare una massa critica per accordi con il centrosinistra, oggi Pd. Ciò si nota in particolare quando Ferrero afferma “(…) Con questo Pd niente alleanze, non con il Pd in generale. (…) Finchè il Pd tiene questa linea politica alleanze organiche per il governo del paese no. Ma non con il Pd in sé (..)” Facile caro Ferreo dichiarasi indisponibili a tornare al governo con il Pd quando la maggioranza del parlamento ed il governo sono saldamente in mano a Berlusconi.

Da notare, tra le altre cose, la dichiarazione di Ferrero per cui “E’ un’invenzione che usciremo dalle giunte. Vedremo caso per caso”. Tradotto: “dove il Pd ci piglia o non ci sbatte fuori, andiamo e rimaniamo in giunta”, infatti non vi è alcun caso in cui il Prc si appresti a rompere con il Pd a livello locale. Nemmeno alla Provincia di Milano, dove il Prc governa con il demoleghista Penati che vorrebbe multare i migranti che pregano per strada. Magari il Prc romperà con il Pd alla Regione Lombardia, tanto lì governa il Pdl di Formigoni. (M.T.)

Intervista al segretario di Rifondazione – Ferrero a D’alema: “Parliamo”
Di Alessandro De Angelis

Parla Ferrero neo segretario del Prc: “D’ALEMA PIU’ REALISTA DI VENDOLA”

«Voglio dire a Nichi che l’egemonia della de­stra la vedo eccome». E ancora: «Con questo Pd niente alleanze, non col Pd in generale». 11 neose­gretario di Rifondazione Paolo Ferrerò, in una conversazione col Riformista, manda un messag­gio a D’Alema: «A D’Alema dico: non interessa al Pd se riportiamo a votare i nostri?».

Ferrero, Vendola l’ accusa di non aver capito la destra.

«E una tesi completamente priva di fondamento. L’ege­monia della destra la vedo ec­come. E ha due elementi di forza enormi».

Quali?

«Il primo è che Berlusco­ni ha vinto proponendo un suo immaginario. Per dirla in breve: chi è ricco ha ragione, chi è povero ha torto; o il fatto che i proble­mi sociali vengano vissuti come problemi indivi­duali e non collettivi. Il secondo è che ha vinto sul terreno concreto: Tremoliti è l’unico che fa un’ana­lisi corretta della globalizzazione».

Si spieghi meglio.

«Il movimento no global di qualche anno fa era entrato in sintonia con il senso comune. Poi è anda­ta in crisi la globalizzazione. E dentro questa crisi sono aumentate l’insicurezza e la paura del futuro. Tremonti si è messo in sintonia con questa paura della società e la destra ha vinto. La sua idea, però, è che la coperta è corta e non può coprire tutti. Quindi alcuni non possono essere garantiti: i cinesi. i rom, gli immigrati. E un modello reazionario».

E voi?

«Il centrosinistra su questo ha balbetta­to. Veltroni ha scimmiottato il kennedismo degli anni Sessanta proponendo, in una so­cietà dominata dalla paura, una sorta di mi­to della “nuova frontiera”».

Invece?

«Invece la vera battaglia per l’egemo­nia dobbiamo farla veramente con la de­stra Vendola e Giordano mi accusano di voler fare l’opposizione più al governo om­bra che al Pd. E una sciocchezza».

Quindi niente alleanze col Pd?

«Finché il Pd tiene questa linea politica alleanze organiche per il governo del paese no. Ma non col Pd in sé. Questo Pd non as­somiglia nemmeno lontanamente a una so­cialdemocrazia che vuole le riforme».

E cioè da dove ripartite?

«Il nodo è sociale. Se è vera l’analisi che ho fatto sulla vittoria della destra, noi dob­biamo ripartire dal conflitto. Se lo schema Tremonti ci impone il conflitto tra ultimi e penultimi, noi dobbiamo riappropriarci del conflitto del basso contro l’alto per ricostrui­re una comunità E dal punto di vista simbo­lico dobbiamo ripartire dal comunismo co­me giustizia sociale e libertà Dire “siamo tutti uguali” non è anticaglia».

E ll Pd?

«Guardi Bersani e D’Alema sono più realisti di Nichi su questo punto».

D’Alema ieri su Liberazione ha parla­to di una Rifondazione più isolata e più ar­retrata.

«Capisco che l’esito di Chianciano scompiglia il suo schema Tuttavia c’è un punto in cui D’Alema dice: “Trovo utile la volontà di dar voce a una questione sociale che si pone in termini sempre più dramma­tici”. E aggiunge che è l’unica luce che vede spuntare da Chianciano. Io dico: è una gran­de luce».

Vuole dialogare con D’Alema?

«Diciamo così: sembrava che alla crisi della società si potessero dare risposte solo partendo dal piano istituzionale. Badi che io sono d’accordo con D’Alema che il riordi­no istituzionale sia necessario e sono anche d’accordo sul modello tedesco da lui soste­nuto. Ciò detto il punto decisivo è un altro».

Quale?

«Il problema della sinistra è tornare nella società. Lo voglio dire anche a D’Ale­ma. Il risultato elettorale mostra come la de­stra non ha aumentato il suo bacino eletto­rale, invece soprattutto i nostri sono rimasti a casa. Credo che sia un problema anche della sinistra moderata far tor­nare a votare qualche milione di persone. O no?».

E le giunte?

«E un’invenzione che usci­remo dalle giunte. Vedremo ca­so per caso. In Abruzzo abbia­mo chiesto al Pd di rinnovare le sue liste ed escludere gli inqui­siti. In Calabria, dopo che sia­mo usciti dalla giunta anche sulla questione morale, credo che sia sbagliato rientrare. Guardi che la questione morale è impor­tante».

La combatterete con Di Pietro che, però, tanto di sinistra non è.

«E vero che il dipietrismo ha elementi di destra Ma non possiamo regalare a lui il tema della questione morale. Sarebbe una follia E un nostro tema Basta rileggere Berlinguer o le denunce che faceva il Pei su tanti scandali».

Quindi sosterrete i suoi referendum sul lodo Aliano?

«Se c’è un referendum è giusto sostenerlo. Poi credo che non sia giusto farli solo sul lodo Alfano. Andrebbero abrogate la legge 30, la Fini-Giovanardi. Ma non è che se Di Pietro dice una cosa giusta noi diciamo di no perché è Di Pietro. Il punto è un altro e lo voglio dire a Ni­chi noi dobbiamo mettere in campo una Rifondazione in grado di riem­pire le piazze sulla questione morale».

Lei è sostenuto da una maggioranza dove qualcuno si definisce trotzkista, altri le­ninisti. Siete un po’ extraparlamentari?

«Che siamo fuori dal Parlamento è un dato di fatto, ma noi in Parlamento ci voglia­mo tornare. Non sono un estremista Per un comunista la politica è provare a modifica­re i rapporti di forza nella società. Anche D’Alema riconosce che in tutta Europa la sinistra radicale è all’opposizione».

Sì, ma la vede come la fine di una ano­malia positiva.

«Mettiamola così. La Linke non è fatta di estremisti ma di gente come Lafontaine che è stata al governo e che ora non vede condizioni per un accordo con l’Spd. Io pu­re sono stato al governo e non vedo le con­dizioni di un accordo col Pd, con questi rap­porti di forza e con questa linea del Pd. Ci ho provato, ma ho visto che Montezemolo e le gerarchie ecclesiastiche contavano più di me, e non solo più di me».

Alle europee andrete con Diliberto?

«Andremo col nostro simbolo. E faremo i diavoli a quattro se mettono lo sbarra­mento, anche al tre per cento, o se tolgono le preferenze».

Si è sentito con Bertinotti?

«Sì, l’ho chiamato io e ci siamo dati ap­puntamento a settembre. Sto anche chia­mando tutti i segretari delle forze politiche di sinistra e di centrosinistra per incontrarli. Guardi, le do una notizia: mi hanno chiama­to anche dal centrodestra».

Anche il Cavaliere?

«No. Lui no».

03
ago

Un'intervista a Ferrero Da "Il Riformista" del 31 luglio 2008

Pubblichiamo qui di seguito un’interessante intervista rilasciata da Ferrero a Il Rifomista. Nelle risposte del neo segretario del Prc riapppare chiara come il sole la vecchia politica bertinottiana tenuta tra la fine degli anni ‘90 e i primi del nuovo secolo: finte “rotture” per ricreare una massa critica per accordi con il centrosinistra, oggi Pd. Ciò si nota in particolare quando Ferrero afferma “(…) Con questo Pd niente alleanze, non con il Pd in generale. (…) Finchè il Pd tiene questa linea politica alleanze organiche per il governo del paese no. Ma non con il Pd in sé (..)” Facile caro Ferreo dichiarasi indisponibili a tornare al governo con il Pd quando la maggioranza del parlamento ed il governo sono saldamente in mano a Berlusconi.

Da notare, tra le altre cose, la dichiarazione di Ferrero per cui “E’ un’invenzione che usciremo dalle giunte. Vedremo caso per caso”. Tradotto: “dove il Pd ci piglia o non ci sbatte fuori, andiamo e rimaniamo in giunta”, infatti non vi è alcun caso in cui il Prc si appresti a rompere con il Pd a livello locale. Nemmeno alla Provincia di Milano, dove il Prc governa con il demoleghista Penati che vorrebbe multare i migranti che pregano per strada. Magari il Prc romperà con il Pd alla Regione Lombardia, tanto lì governa il Pdl di Formigoni. (M.T.)

Intervista al segretario di Rifondazione – Ferrero a D’alema: “Parliamo”
Di Alessandro De Angelis

Parla Ferrero neo segretario del Prc: “D’ALEMA PIU’ REALISTA DI VENDOLA”

«Voglio dire a Nichi che l’egemonia della de­stra la vedo eccome». E ancora: «Con questo Pd niente alleanze, non col Pd in generale». 11 neose­gretario di Rifondazione Paolo Ferrerò, in una conversazione col Riformista, manda un messag­gio a D’Alema: «A D’Alema dico: non interessa al Pd se riportiamo a votare i nostri?».

Ferrero, Vendola l’ accusa di non aver capito la destra.

«E una tesi completamente priva di fondamento. L’ege­monia della destra la vedo ec­come. E ha due elementi di forza enormi».

Quali?

«Il primo è che Berlusco­ni ha vinto proponendo un suo immaginario. Per dirla in breve: chi è ricco ha ragione, chi è povero ha torto; o il fatto che i proble­mi sociali vengano vissuti come problemi indivi­duali e non collettivi. Il secondo è che ha vinto sul terreno concreto: Tremoliti è l’unico che fa un’ana­lisi corretta della globalizzazione».

Si spieghi meglio.

«Il movimento no global di qualche anno fa era entrato in sintonia con il senso comune. Poi è anda­ta in crisi la globalizzazione. E dentro questa crisi sono aumentate l’insicurezza e la paura del futuro. Tremonti si è messo in sintonia con questa paura della società e la destra ha vinto. La sua idea, però, è che la coperta è corta e non può coprire tutti. Quindi alcuni non possono essere garantiti: i cinesi. i rom, gli immigrati. E un modello reazionario».

E voi?

«Il centrosinistra su questo ha balbetta­to. Veltroni ha scimmiottato il kennedismo degli anni Sessanta proponendo, in una so­cietà dominata dalla paura, una sorta di mi­to della “nuova frontiera”».

Invece?

«Invece la vera battaglia per l’egemo­nia dobbiamo farla veramente con la de­stra Vendola e Giordano mi accusano di voler fare l’opposizione più al governo om­bra che al Pd. E una sciocchezza».

Quindi niente alleanze col Pd?

«Finché il Pd tiene questa linea politica alleanze organiche per il governo del paese no. Ma non col Pd in sé. Questo Pd non as­somiglia nemmeno lontanamente a una so­cialdemocrazia che vuole le riforme».

E cioè da dove ripartite?

«Il nodo è sociale. Se è vera l’analisi che ho fatto sulla vittoria della destra, noi dob­biamo ripartire dal conflitto. Se lo schema Tremonti ci impone il conflitto tra ultimi e penultimi, noi dobbiamo riappropriarci del conflitto del basso contro l’alto per ricostrui­re una comunità E dal punto di vista simbo­lico dobbiamo ripartire dal comunismo co­me giustizia sociale e libertà Dire “siamo tutti uguali” non è anticaglia».

E ll Pd?

«Guardi Bersani e D’Alema sono più realisti di Nichi su questo punto».

D’Alema ieri su Liberazione ha parla­to di una Rifondazione più isolata e più ar­retrata.

«Capisco che l’esito di Chianciano scompiglia il suo schema Tuttavia c’è un punto in cui D’Alema dice: “Trovo utile la volontà di dar voce a una questione sociale che si pone in termini sempre più dramma­tici”. E aggiunge che è l’unica luce che vede spuntare da Chianciano. Io dico: è una gran­de luce».

Vuole dialogare con D’Alema?

«Diciamo così: sembrava che alla crisi della società si potessero dare risposte solo partendo dal piano istituzionale. Badi che io sono d’accordo con D’Alema che il riordi­no istituzionale sia necessario e sono anche d’accordo sul modello tedesco da lui soste­nuto. Ciò detto il punto decisivo è un altro».

Quale?

«Il problema della sinistra è tornare nella società. Lo voglio dire anche a D’Ale­ma. Il risultato elettorale mostra come la de­stra non ha aumentato il suo bacino eletto­rale, invece soprattutto i nostri sono rimasti a casa. Credo che sia un problema anche della sinistra moderata far tor­nare a votare qualche milione di persone. O no?».

E le giunte?

«E un’invenzione che usci­remo dalle giunte. Vedremo ca­so per caso. In Abruzzo abbia­mo chiesto al Pd di rinnovare le sue liste ed escludere gli inqui­siti. In Calabria, dopo che sia­mo usciti dalla giunta anche sulla questione morale, credo che sia sbagliato rientrare. Guardi che la questione morale è impor­tante».

La combatterete con Di Pietro che, però, tanto di sinistra non è.

«E vero che il dipietrismo ha elementi di destra Ma non possiamo regalare a lui il tema della questione morale. Sarebbe una follia E un nostro tema Basta rileggere Berlinguer o le denunce che faceva il Pei su tanti scandali».

Quindi sosterrete i suoi referendum sul lodo Aliano?

«Se c’è un referendum è giusto sostenerlo. Poi credo che non sia giusto farli solo sul lodo Alfano. Andrebbero abrogate la legge 30, la Fini-Giovanardi. Ma non è che se Di Pietro dice una cosa giusta noi diciamo di no perché è Di Pietro. Il punto è un altro e lo voglio dire a Ni­chi noi dobbiamo mettere in campo una Rifondazione in grado di riem­pire le piazze sulla questione morale».

Lei è sostenuto da una maggioranza dove qualcuno si definisce trotzkista, altri le­ninisti. Siete un po’ extraparlamentari?

«Che siamo fuori dal Parlamento è un dato di fatto, ma noi in Parlamento ci voglia­mo tornare. Non sono un estremista Per un comunista la politica è provare a modifica­re i rapporti di forza nella società. Anche D’Alema riconosce che in tutta Europa la sinistra radicale è all’opposizione».

Sì, ma la vede come la fine di una ano­malia positiva.

«Mettiamola così. La Linke non è fatta di estremisti ma di gente come Lafontaine che è stata al governo e che ora non vede condizioni per un accordo con l’Spd. Io pu­re sono stato al governo e non vedo le con­dizioni di un accordo col Pd, con questi rap­porti di forza e con questa linea del Pd. Ci ho provato, ma ho visto che Montezemolo e le gerarchie ecclesiastiche contavano più di me, e non solo più di me».

Alle europee andrete con Diliberto?

«Andremo col nostro simbolo. E faremo i diavoli a quattro se mettono lo sbarra­mento, anche al tre per cento, o se tolgono le preferenze».

Si è sentito con Bertinotti?

«Sì, l’ho chiamato io e ci siamo dati ap­puntamento a settembre. Sto anche chia­mando tutti i segretari delle forze politiche di sinistra e di centrosinistra per incontrarli. Guardi, le do una notizia: mi hanno chiama­to anche dal centrodestra».

Anche il Cavaliere?

«No. Lui no».

03
ago

Un'intervista a Ferrero Da "Il Riformista" del 31 luglio 2008

Pubblichiamo qui di seguito un’interessante intervista rilasciata da Ferrero a Il Rifomista. Nelle risposte del neo segretario del Prc riapppare chiara come il sole la vecchia politica bertinottiana tenuta tra la fine degli anni ‘90 e i primi del nuovo secolo: finte “rotture” per ricreare una massa critica per accordi con il centrosinistra, oggi Pd. Ciò si nota in particolare quando Ferrero afferma “(…) Con questo Pd niente alleanze, non con il Pd in generale. (…) Finchè il Pd tiene questa linea politica alleanze organiche per il governo del paese no. Ma non con il Pd in sé (..)” Facile caro Ferreo dichiarasi indisponibili a tornare al governo con il Pd quando la maggioranza del parlamento ed il governo sono saldamente in mano a Berlusconi.

Da notare, tra le altre cose, la dichiarazione di Ferrero per cui “E’ un’invenzione che usciremo dalle giunte. Vedremo caso per caso”. Tradotto: “dove il Pd ci piglia o non ci sbatte fuori, andiamo e rimaniamo in giunta”, infatti non vi è alcun caso in cui il Prc si appresti a rompere con il Pd a livello locale. Nemmeno alla Provincia di Milano, dove il Prc governa con il demoleghista Penati che vorrebbe multare i migranti che pregano per strada. Magari il Prc romperà con il Pd alla Regione Lombardia, tanto lì governa il Pdl di Formigoni. (M.T.)

Intervista al segretario di Rifondazione – Ferrero a D’alema: “Parliamo”
Di Alessandro De Angelis

Parla Ferrero neo segretario del Prc: “D’ALEMA PIU’ REALISTA DI VENDOLA”

«Voglio dire a Nichi che l’egemonia della de­stra la vedo eccome». E ancora: «Con questo Pd niente alleanze, non col Pd in generale». 11 neose­gretario di Rifondazione Paolo Ferrerò, in una conversazione col Riformista, manda un messag­gio a D’Alema: «A D’Alema dico: non interessa al Pd se riportiamo a votare i nostri?».

Ferrero, Vendola l’ accusa di non aver capito la destra.

«E una tesi completamente priva di fondamento. L’ege­monia della destra la vedo ec­come. E ha due elementi di forza enormi».

Quali?

«Il primo è che Berlusco­ni ha vinto proponendo un suo immaginario. Per dirla in breve: chi è ricco ha ragione, chi è povero ha torto; o il fatto che i proble­mi sociali vengano vissuti come problemi indivi­duali e non collettivi. Il secondo è che ha vinto sul terreno concreto: Tremoliti è l’unico che fa un’ana­lisi corretta della globalizzazione».

Si spieghi meglio.

«Il movimento no global di qualche anno fa era entrato in sintonia con il senso comune. Poi è anda­ta in crisi la globalizzazione. E dentro questa crisi sono aumentate l’insicurezza e la paura del futuro. Tremonti si è messo in sintonia con questa paura della società e la destra ha vinto. La sua idea, però, è che la coperta è corta e non può coprire tutti. Quindi alcuni non possono essere garantiti: i cinesi. i rom, gli immigrati. E un modello reazionario».

E voi?

«Il centrosinistra su questo ha balbetta­to. Veltroni ha scimmiottato il kennedismo degli anni Sessanta proponendo, in una so­cietà dominata dalla paura, una sorta di mi­to della “nuova frontiera”».

Invece?

«Invece la vera battaglia per l’egemo­nia dobbiamo farla veramente con la de­stra Vendola e Giordano mi accusano di voler fare l’opposizione più al governo om­bra che al Pd. E una sciocchezza».

Quindi niente alleanze col Pd?

«Finché il Pd tiene questa linea politica alleanze organiche per il governo del paese no. Ma non col Pd in sé. Questo Pd non as­somiglia nemmeno lontanamente a una so­cialdemocrazia che vuole le riforme».

E cioè da dove ripartite?

«Il nodo è sociale. Se è vera l’analisi che ho fatto sulla vittoria della destra, noi dob­biamo ripartire dal conflitto. Se lo schema Tremonti ci impone il conflitto tra ultimi e penultimi, noi dobbiamo riappropriarci del conflitto del basso contro l’alto per ricostrui­re una comunità E dal punto di vista simbo­lico dobbiamo ripartire dal comunismo co­me giustizia sociale e libertà Dire “siamo tutti uguali” non è anticaglia».

E ll Pd?

«Guardi Bersani e D’Alema sono più realisti di Nichi su questo punto».

D’Alema ieri su Liberazione ha parla­to di una Rifondazione più isolata e più ar­retrata.

«Capisco che l’esito di Chianciano scompiglia il suo schema Tuttavia c’è un punto in cui D’Alema dice: “Trovo utile la volontà di dar voce a una questione sociale che si pone in termini sempre più dramma­tici”. E aggiunge che è l’unica luce che vede spuntare da Chianciano. Io dico: è una gran­de luce».

Vuole dialogare con D’Alema?

«Diciamo così: sembrava che alla crisi della società si potessero dare risposte solo partendo dal piano istituzionale. Badi che io sono d’accordo con D’Alema che il riordi­no istituzionale sia necessario e sono anche d’accordo sul modello tedesco da lui soste­nuto. Ciò detto il punto decisivo è un altro».

Quale?

«Il problema della sinistra è tornare nella società. Lo voglio dire anche a D’Ale­ma. Il risultato elettorale mostra come la de­stra non ha aumentato il suo bacino eletto­rale, invece soprattutto i nostri sono rimasti a casa. Credo che sia un problema anche della sinistra moderata far tor­nare a votare qualche milione di persone. O no?».

E le giunte?

«E un’invenzione che usci­remo dalle giunte. Vedremo ca­so per caso. In Abruzzo abbia­mo chiesto al Pd di rinnovare le sue liste ed escludere gli inqui­siti. In Calabria, dopo che sia­mo usciti dalla giunta anche sulla questione morale, credo che sia sbagliato rientrare. Guardi che la questione morale è impor­tante».

La combatterete con Di Pietro che, però, tanto di sinistra non è.

«E vero che il dipietrismo ha elementi di destra Ma non possiamo regalare a lui il tema della questione morale. Sarebbe una follia E un nostro tema Basta rileggere Berlinguer o le denunce che faceva il Pei su tanti scandali».

Quindi sosterrete i suoi referendum sul lodo Aliano?

«Se c’è un referendum è giusto sostenerlo. Poi credo che non sia giusto farli solo sul lodo Alfano. Andrebbero abrogate la legge 30, la Fini-Giovanardi. Ma non è che se Di Pietro dice una cosa giusta noi diciamo di no perché è Di Pietro. Il punto è un altro e lo voglio dire a Ni­chi noi dobbiamo mettere in campo una Rifondazione in grado di riem­pire le piazze sulla questione morale».

Lei è sostenuto da una maggioranza dove qualcuno si definisce trotzkista, altri le­ninisti. Siete un po’ extraparlamentari?

«Che siamo fuori dal Parlamento è un dato di fatto, ma noi in Parlamento ci voglia­mo tornare. Non sono un estremista Per un comunista la politica è provare a modifica­re i rapporti di forza nella società. Anche D’Alema riconosce che in tutta Europa la sinistra radicale è all’opposizione».

Sì, ma la vede come la fine di una ano­malia positiva.

«Mettiamola così. La Linke non è fatta di estremisti ma di gente come Lafontaine che è stata al governo e che ora non vede condizioni per un accordo con l’Spd. Io pu­re sono stato al governo e non vedo le con­dizioni di un accordo col Pd, con questi rap­porti di forza e con questa linea del Pd. Ci ho provato, ma ho visto che Montezemolo e le gerarchie ecclesiastiche contavano più di me, e non solo più di me».

Alle europee andrete con Diliberto?

«Andremo col nostro simbolo. E faremo i diavoli a quattro se mettono lo sbarra­mento, anche al tre per cento, o se tolgono le preferenze».

Si è sentito con Bertinotti?

«Sì, l’ho chiamato io e ci siamo dati ap­puntamento a settembre. Sto anche chia­mando tutti i segretari delle forze politiche di sinistra e di centrosinistra per incontrarli. Guardi, le do una notizia: mi hanno chiama­to anche dal centrodestra».

Anche il Cavaliere?

«No. Lui no».

31
lug

Ferrero trasformista

Marco Ferrando, del Partito comunista dei lavoratori (Pcl): ‘La nuova maggioranza interna del Prc non e’ solo una somma spregiudicata di contraddizioni insolubili, ma il frutto di un’operazione trasformista”.

‘L’ex ministro del Prc nel governo confindustriale di Prodi il piu’ diretto corresponsabile fino a ieri di missioni militari e sacrifici sociali, ha improvvisamente impugnato la bandiera della ’svolta a sinistra’ per conquistare la segreteria; facendo leva sullo scontento interno per la disfatta cui egli stesso ha concorso, e sul voto determinante di chi contestava il governo Prodi e il suo ministero”.

”Quanto alla ’svolta a sinistra’, contano i fatti non le parole  Il primo atto del nuovo segretario del Prc e’ stato quello di rassicurare il Pd sulla continuita’ delle giunte di centrosinistra: che non a caso vedono proprio gli assessori legati a Ferrero nella giunta para-leghista di Penati a Milano, nella giunta abruzzese travolta dagli scandali, nella giunta liberista Toscana, nella giunta privatizzatrice di Burlando in Liguria. E’ questa la svolta?”.

”Il Pcl chiede pubblicamente al Prc di rompere con quelle giunte e con i poteri forti che le sorreggono. Ma vorra’ mai Paolo Ferrero rompere con i propri assessori? Di certo il Pcl mantiene pienamente il proprio progetto di costruzione indipendente di un partito comunista e rivoluzionario. Disponibilissimo alla piu’ larga unita’ d’azione con tutte le sinistre contro Berlusconi, ma impegnato a raggruppare attorno a un coerente programma comunista tutti quei militanti del Prc che non vogliono piu’ fare da sgabello di operazioni trasformiste, vecchie o nuove”




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