La banalità del brutto

Marchionne: “Termini Imerese chiuderà” “Stiamo investendo in Francia“
Parla l’avvocato del ragazzo romano morto misteriosamente.
La vicenda di Stefano Cucchi e quella di Federico Aldrovandi vanno messe a confronto per stigmatizzare il fatto che in Italia “gli ultimi non contano nulla”.
Lo ha detto a Bologna, durante un dibattito sulla situazione delle carceri, organizzato da Social News, l’avvocato Fabio Anselmo, che difende la famiglia del giovane morto a Roma dopo l’arresto, in circostanze ancora da accertare.
Il legale, che a Ferrara rappresenta anche la famiglia di Federico Aldrovandi, per la cui morte nel 2005 sono stati condannati in primo grado quattro poliziotti, ha aggiunto: “In Italia le relazioni con le persone che possono rappresentare un problema vengono risolte con la violenza. Si rendono inermi, in modo che non possano dare fastidio. Il modo in cui è morto Cucchi è talmente assurdo e feroce che parlare di diritti e umani e rispetto è qualcosa di lontanissimo da questa realtà. Ci sono delle testimonianze allucinanti”.
Dopo Anselmo ha parlato la sorella di Cucchi, Ilaria. “Stefano è morto solo, con la sensazione di essere abbandonato da tutti, anche da noi. Se ci fosse stata umanità nei suoi confronti e nei nostri, le cose sarebbero forse andate in maniera diversa. Ci auguriamo che altre famiglie non debbano affrontare le nostre sofferenze”, ha affermato la donna.
L’avvocato ha quindi concluso: “Queste situazioni accadono non perchè le forze dell’ordine siano assetate di sangue, ma perchè nel nostro Paese c’è una mentalità per cui si è perso il rispetto per la persona. Di Aldrovandi ce ne sono altri e ce ne saranno altri ancora”.
Nel frattempo si aspetta di capire cosa davvero è successo a Cucchi.
Fonte: inviatospeciale.com
Intervista con il generale Stanculescu, organizzatore del colpo di stato contro Ceausescu
Imbratisare – EVZ
L’ex generale Victor Atanasie Stanculescu, il capo dell’esercito rumeno nei momenti in cui Ceausescu fu rovesciato e che ha diretto la farsa del processo sommario che si concluse con la sua esecuzione, nel suo libro pubblicato di recente, “Infine, la verità”, spiega come è stato pianificato, insieme con i servizi segreti russi, il “colpo di stato” del dicembre 1989.
Si tratta di cinque interviste con lo storico Alex Stoenescu, dove il generale rivela i piani precedentemente concordati con i sovietici e gli americani, lo sviluppo del colpo di stato, e perché ci sono state tante vittime civili.
Una testimonianza importante che proviene dal cuore degli eventi, e che rivela alcuni dati che il mito della “Rivoluzione rumena” s’impegna a nascondere.
Questa è la traduzione dell’articolo pubblicato in Evenimentul Zilei sul libro. Credo che questo articolo abbia sufficienti rivelazioni da leggere, per poter capire. Mi auguro che nel tempo possa scrivere un post sul libro, non avendo che le note di base pubblicate su di esso.
La teoria della “rivoluzione” è promossa da tutti coloro che hanno cambiato casacca in tempo per rimanere ai vertici. Inoltre, funge da arma anticomunista perché fa credere che lo scopo delle manifestazioni di piazza di migliaia di cittadini sia stato il rifiuto del comunismo, quando al contrario, sostengono sempre più le prove, era richiesta la riforma, non il cambiamento del sistema. Questo non solo lo sostiene il popolo rumeno, con cui si può parlare prendendo unaUrsus (birra rumena), ma perfino per alcuni soggetti che hanno vissuto la rivoluzione, come il regista Sergiu Nicolaescu, pochi pensavano che stava per cambiare il regime, avendo solo richiesto la riforma del socialismo.
Stanculescu sostiene che i servizi segreti russi e americani progettarono il colpo di stato da un pò di tempo, e che fu l’uomo che ha diretto gli eventi fino a quando Iliescu prese il potere. Il piano originale prevedeva un governo provvisorio militare, guidato da lui, ma alla fine si decise per un governo civile. Ci fornisce anche indicazioni su come la CIA intervenne sul governo della Romania dopo la rivoluzione, e sulla scelta dei suoi presidenti. Continue reading ‘Il colpo di stato contro Ceausescu’
Ricevo e pubblico la mail dalla fabbrica dei fake infiltrati neofascisti a firma la “redazione” cioè dalla proprietaria Dacia Valent* e i suoi Oompa Loompa (MeoSpatacca,Ludo Ludi,Tananka Yotanka,Leone Bronstein,Lillith,Virginie e le new entry Augusto Egidi (Groucho_Marx) e Pier Valentino Gandolli ) creati e comandati dal solerte Francesconi (meglio conosciuto come Spartacus Quirinus nell’ambiente detto anche il “Vecchio stronzo”) in cui non viene accettata la mia richiesta di uscire ma vengo espulso. Non importa va bene a me basta che sia chiaro che il mio blog non pubblica più da loro e che io non faccio parte di quel collettivo :
Gentile sig. Antonio Ramone: la redazione di Kilombo, dopo aver letto il suo blog e averne valutato le caratteristiche sia politiche sia di stile, ritiene che la comunità possa fare a meno del suo contributo.
L’impiego di fotomontaggi di dubbio gusto, l’uso della minaccia violenta contro altri blogger, il disprezzo della vita e dei lavoratori, la rendono persona non grata per l’aggregatore.
Siamo certi che potrà far valere le sue ragioni in altri lidi e le auguriamo la fortuna che si merita.
Siamo quindi a notificarle che la sua sospensione è da oggi traslata in espulsione e cancellazione dal database degli iscritti.
La informiamo inoltre che questa è una decisione irrevocabile.
Buona giornata, Redazione
*Dacia Valent Per chi non la conoscesce: ELLA è una donna avanti per questo in passato è stata il grande premiatrice (grazie all’intervento di Tisbe aveva premiato Kilombo con la sua prestigiosa associazione) oltre che testimonial per Kilombo e oggi ne è proprietaria. Dacia Valent non è mai stata sfiorata non dico da uno scandalo, ma neanche dall’ombra di una maliziosa diceria, di una insinuazione, di un sospetto, di una maldicenza solo quegli stalker maledetti del Fulk ci hanno provato senza successo. Perchè tutti sanno chi è Dacia Valent: Un simbolo di amore verso gli altri ,le donne e i bambini, i sindacati, le gioiellerie, l’Italia e gli Italiani, amore verso i colleghi giustamente ricambiato . Pensate Dacia Valent è persino amata da Indymedia e mi domando come non poteva esserlo in Kilombo?
Dacia Valent è simbolo di onestà,di presenza in parlamento, di libertà,di non violenza, di amore per i mezzi pubblici,amica dei pacifisti, delrispetto della religione islamica, una che crede nel suo partito non una voltagabbana una che si venderebbe per una poltrona.
Dacia Valent è una donna molto impegnata nota ricercatrice , agronoma e progettista virtuale oltre che studiosa degli usialternativi dei simboli della religione cattolica.
Dacia Valent Infine può vantare a Montecitorio una sala dedicata .
E le clementine?

Lui sta con le clementine.
31 ottobre 1989
A distanza di 20 anni Dacia Valent tenta di nuovo il colpo. Dopo aver accusato ingiustamente dei colleghi sbirri (caso archiviato) per non essere intervenuti per difenderla dalle ingiurie e di un aggressione e averli accusati di ogni cosa più abominevole la ex sbirra e deputata in piena onda 2.0 NON RISPONDE ALLE DOMANDE e millanta uno stupro virtuale. 
Che la smetta di fare la finta vittima e risponda alle domande.
Già che c’è magari ci spieghi queste ”opere d’arte” scritte di Dacia the ripper che cosa sono:
1)Cloroalclero
2) Lia di Haramlik
3) Korvo Rosso
4)Samie
5)Mario
Romanzi brevi o Poesie*?
*Solidarietà a Samie,Cloro,Lia,Korvo Rosso,Mario,Dario Ballini,Lady Tux,Spb, Anika.
Tutti compagni in alcuni casi con figli ampiamente insultati,stuprati,minacciati nelle pagine del blog della “povera” sbirra Dacia Valent e dei suoi sodali che pur di raccogliere solidarietà arrivano anche a inventarsi malattie o per avere ragione fanno chiamare l’On.Valent sul posto di lavoro per far licenziare.
Il cartoon è andato in onda durante un programma dedicato al Capodanno sul primo canale russo, Channel One. Nella parodia Silvio Berlusconi è impegnato a interpretare una canzone attorniato da donne compiacenti e si intrattiene in limousine con Angela Merkel, Hillary Clinton e Yulia Timoshenko. Berlusconi, canta questa canzone: “Tocco tutte le donne italiane , tutti i paparazzi mi cercano e quando mi trovano insieme alle modelle e prostitute e anche con mia cugina, e mi vedono senza abiti, i miei settanta anni li porto bene e sono molto bravo, e ancora ce la faccio, e tutta Milano e mia”
20 anni fa veniva assassinato Nicolae Ceauşescu Padre della Rivoluzione della liberazione sociale e nazionale rumena, antifascista e antimperialista. Nicolae Ceauşescu è stato il figlio più amato della nazione rumena, eroe fra gli eroi del suo paese, brillante fondatore della Romania socialista, una personalità significativa del mondo contemporaneo.
E’ difficile rendere omaggio a un così grande personaggio visto la grandiosa opera storica, da Lui ispirata ed elaborata, di elevazione della nazione rumena ai più alti vertici della civiltà materiale e spirituale. Il compagno Nicolae era conosciuto per la dedicazione e per i suoi sforzi instancabili consacrati alla causa della pace e del disarmo, all’instaurazione di un nuovo clima nei rapporti internazionali, di armonia e di collaborazione fraterna fra i popoli del mondo.
Dopo tanti secoli la Romania era finalmente comandata un uomo che amava la sua nazione. Il compagno Nicolae aveva una personalità di altissimo livello dotato di una prospettiva geniale, animato da un amore senza limiti per il popolo e per il paese. Nicolae Ceauşescu aveva compreso in modo profondo, con lo spirito e con l’anima, gli interessi superiori della nazione, guidandola con saggezza sulla via che ha valso vittorie senza precedenti in nessun’altra epoca dell’esistenza bimillenaria di quello stato nei territori fra i Carpazi, il Danubio e il Mar Nero.
Ceausescu ha il merito storico di aver restituito al popolo la dignità del suo essere nazione unita insieme alla fierezza di una civiltà che risale lontano nel passato, dignità conquistata a forza di lotte e difesa al prezzo del sangue, e che rappresenta l’autentica colonna vertebrale dei valori fondamentali dell’esistenza e della coscienza di sé di tutto il popolo rumeno.
Per la prima volta nel corso della storia tanto tormentata della Romania Ceausescu era riuscito a instaurare il sentimento della dignità sotto il sole della libertà, conferendo il diritto di tenere la testa alta e dando al popolo la speranza nella realizzazione degli ideali secolari di libertà, d’indipendenza e di giustizia sociale.
Di lui il popolo rumeno si ricordano ancora quando con vibrante fierezza patriottica partecipò con gioia alle celebrazioni delle grandiose realizzazioni conseguite dalla Romania. Realizzazioni epocali, senza precedenti nella storia della patria, indissolubilmente legate al suo nome e alla sua attività prodigiosa, che illustra brillantemente la chiaroveggenza scientifica con cui guidaba i destini del paese verso un avvenire luminoso di progresso e di civiltà.
Oggi, nella prospettiva piena di saggezza del tempo, appare ancor più chiara l’enorme importanza dell’anno 1965, da quando il compagno Nicolae è stato alla testa del popolo rumeno, anno che ha aperto la via al pensiero e all’attività creatrice, che ha fatto ritrovare al popolo il sentimento di fierezza nazionale, di rispetto per il suo passato bimillenario, il sentimento della sua forza e della sua capacità di forgiare il suo avvenire secondo la sua volontà. Nella Romania attuale, sotto la sua saggia direzione, si realizza il sogno di Eminescu, il sogno de “l’avvenire d’oro”, e il nostro paese avanza a testa alta fra le nazioni libere e degne del mondo.
Nicolae Ceauşescu serviva il suo paese con un’energia inesauribile e con dedizione patriottica gli interessi vitali del paese e del popolo rumeno, si è nello stesso tempo affermato nella coscienza dell’umanità come un brillante promotore della causa della pace, dell’armonia e della collaborazione internazionale, come un combattente risoluto per la libertà e per l’indipendenza dei popoli.
Nicolae Ceauşescu ha tenuto nelle sue mani per quasi un quarto di secolo, i destini della nazione, tutta la politica estera della Romania. E tutti i successi conseguiti sono indissolubilmente legata al suo nome. Ceauşescu è diventato un simbolo, sinonimo delle aspirazioni alla pace, al disarmo, all’indipendenza, alla sovranità, all’uguaglianza in diritti e all’armonia fra tutti i popoli.
Durante il suo governo ha risvegliato la gioia patriottica ed è stato garante dello sviluppo incessante della sua patria sulla via del benessere e del progresso multilaterale, un fattore importante di consolidamento e di coesione della nostra nazione.
Grazie ai suo continuati e vibranti appelli indirizzati a tutto il popolo che ne riconosceva la dedizione patriottica senza riserve, in occasione della realizzazione dei grandiosi programmi di sviluppo multilaterale del paese, destinati ad assicurare il suo permanente progresso verso i più elevati livelli di civiltà.
In Romania inoltre vi era un clima di piena libertà religiosa assicurata dallo Stato rumeno, e in prima persona da Nicolae Ceauşescu, a tutti i Culti, nella prospettiva di un’attività libera e senza ostacoli, che ha creato le condizioni per l’affermazione dell’ecumenismo caratteristiche dei buoni rapporti di rispetto reciproco e di collaborazione esistenti fra i Culti del paese.
In perfetta unità di volontà e di sentimenti con tutti i figli della patria senza distinzione d’origine nazionale e di appartenenza confessionale , i cittadini Rumeni avendo come esempio mobilitante la sua eroica e prodigiosa attività, si impegnarono a continuare a sostenere, con tutti i mezzi , con abnegazione e patriottismo, gli interessi fondamentali del popolo rumeno e il grandioso sforzo costruttivo in vista dello sviluppo della patria, la Repubblica Socialista di Romania, in vista del trionfo pieno della pace e della collaborazione internazionali.
Purtroppo il glorioso cammino fu interrotto dai golpisti che assassinarono il nobile statista il 25 Dicembre 1989. E i risultati della perdita di questo grande leader si sono visti nella decadenza del paese e nella sofferenza del popolo occorsa negli anni a seguire.
Gli squallidi agenti della provocazione fascioborghese dopo aver sospeso per 5 volte questo post e altre 2 pure questo mi hanno sospeso l’account. Il tutto senza neanche il coraggio di comunicarlo. Ma questo lo sapevo visto che ci vogliono le palle per farlo ed è chiedere troppo a 2 castrati.:

Sono iniziate le epurazioni. In pieno stile fascista.
Gulag una scuola di vita
Dei noti provocatori che utilizzano strumenti del nemico di classe come wikipedia per riscrivere la storia, pennivendoli del regime Dalemiano berlusconiano, imbevuti di veltronismo. Squallidi agenti della provocazione fascioborghese cercano di mistificare quanto fosse positiva l’esperienza educativa dei Gulag. Delle vere scuole di formazione e di vita.
Costori negano che l”istituzione del lavoro coatto nell’Urss di Stalin era nata come forma organizzata e rieducativa. La struttura dei campi, poi noti come Gulag, nacque infatti nel 1926 nell’arcipelago delle isole Solovetsky, nel Mar Bianco, facente parte della Repubblica sovietica della Carelia. Oggi ci possiamo permetteredi compiere una riflessione di classe su questa esperienza storica compiuta dal primo Stato socialista del mondo, di confutare i cumuli di menzogne vomitati dalla borghesia, dai fascisti, dai trotzkisti, di difendere e rendere onore ancora una volta alle giuste indicazioni e attuazioni di Lenin e Stalin, di contribuire a fare chiarezza su un tema tanto delicato e il più delle volte di ostacolo nell’approccio dei giovani rivoluzionari al socialismo e al pensiero di Mao.
I Gulag nacquero come risposta socialista al problema delle carceri. Nell’Occidente capitalista la detenzione doveva avere, e l’ha tutt’oggi, un carattere punitivo. Nell’Urss di Lenin e Stalin rivestiva un carattere correttivo e rieducativo. Essi si ispiravano al principio sancito solennemente dalla prima Costituzione della Repubblica socialista federativa russa del 1918 che stabiliva che il lavoro era un dovere per tutti i cittadini della Repubblica dei soviet e proclamava la parola d’ordine: “Chi non lavora non mangia“.
Come nella società dove tutti, anche i borghesi, dovevano lavorare per vivere, anche nei Gulag il lavoro per la collettività dava diritto all’esistenza e vigeva il principio del socialismo attuato in tutto il Paese: “Da ciascuno secondo le sue capacità, a ognuno secondo il suo lavoro”. Come affermerà Stalin: “Da vergognoso e pesante fardello quale era considerato prima, in Urss il lavoro si è trasformato in questione di onestà, di gloria, di valore e di eroismo”.
La stessa detenzione prevedeva tre categorie di lavoratori e tre regimi di rieducazione: privilegiato, leggero e di prima categoria o duro, previa l’esamine della commissione medica che stabiliva se i rieducandi erano in condizione di svolgere un lavoro pesante o un lavoro leggero. Tenendo conto di tali criteri l’amministrazione del campo assegnava quindi le mansioni a ogni detenuto e stabiliva una razione alimentare a seconda della percentuale dell’obiettivo che riusciva a realizzare nel suo lavoro: razione di base, di lavoro, rinforzata o punitiva.
Solo ventilare, se non proprio decretare, un parallelo tra i Gulag e i lager nazisti, come fanno in maniera subdola e criminale gli anticomunisti, è un falso storico a tutto tondo. Quelli hitleriani erano centri di sistematico sterminio, dove furono commessi i più efferati crimini contro l’umanità che la storia ricordi; nell’Urss di Lenin e Stalin chi sbagliava pagava non con la camera a gas o il forno crematorio ma provando, nella stragrande maggioranza dei casi, per la prima volta nella vita cosa volesse dire realmente lavorare, quanto fosse stato criminale tramare contro il proprio Stato, affamare il popolo, sfruttare il lavoro altrui.
Nei Gulag infatti venivano inviati i nemici del comunismo e della Patria sovietica: speculatori, incettatori, sabotatori dell’economia, oziosi, kulaki (contadini ricchi antisovietici), parassiti, borghesi privilegiati, ma anche terroristi, disertori, seguaci del vecchio regime zarista, collaborazionisti delle armate bianche durante la guerra civile e degli invasori nazisti nella seconda guerra mondiale, agenti della borghesia e dell’imperialismo occidentale infiltrati nel partito e nello Stato, fino ai delinquenti comuni. Come può quindi scandalizzare che nei campi di rieducazione sovietici c’erano i ricchi e gli anticomunisti, mentre nelle carceri occidentali e dei paesi reazionari a languire sono stati e sono tutt’oggi in prevalenza i poveri, i comunisti e chiunque si opponga al dominio di ferro del capitalismo e dell’imperialismo? E come si possono denigrare i Gulag, come fanno la borghesia e i suoi lacché, sparlando di regni delle malattie, morti per fame, bieco schiavismo, negazione dei più elementari diritti, quando giudicano e definiscono come il regno della democrazia gli Usa, dove impera la pena di morte fascista, dove i penitenziari come Alcatraz hanno fatto la peggiore storia detentiva, mentre a Guantanamo, Abu Ghraib e Bagram i prigionieri islamici vengono spesso uccisi senza che trapeli uno straccio di notizia, trattati come bestie, torturati e annientati psicologicamente. E si può non pensare ai boia sionisti israeliani che schiacciano e sfruttano i palestinesi in enormi campi lager nei territori occupati?
L’inferno di queste carceri davvero non ha nulla a che vedere con i Gulag. Certo che in quest’ultimi c’erano le malattie come il tifo e lo scorbuto, che infierivano anche nelle città russe durante l’aggressione imperialista occidentale e dei controrivoluzionari bianchi del 1917. Certo che il cibo era scarso in questo periodo o durante la seconda guerra mondiale, ma questa era la difficile e inevitabile situazione di tutto il Paese, di tutto il popolo sovietico, dove i prodotti alimentari erano giocoforza razionati. Insomma, nonostante la costruzione del primo Stato socialista, iniziata da Lenin e proseguita da Stalin, sia avvenuta in circostanze durissime, in mezzo all’accerchiamento imperialista che tentava di strangolarlo economicamente e politicamente dall’esterno, e con gli assalti delle armate bianche e dei revisionisti di destra e di “sinistra” dall’interno, anche l’esempio dato dai Gulag rappresenta un’esperienza storica importante e inedita. Ciò non toglie che siano stati commessi degli errori ma ciò non va addebitato a Stalin e agli autentici bolscevichi, ma a elementi come Jagoda, Ezov che tramavano nell’ombra contro la costruzione del socialismo in Urss. Fu Stalin in prima persona a rimuovere dal posto di Commissario del popolo per gli affari interni prima Jagoda (1936), smascheratosi in seguito come seguace del destro Bucharin e per le sue azioni controrivoluzionarie condannato e giustiziato, poi il “sinistro” Ezov, destituito nel ‘38 e condannato e fucilato nel 1940.
La storia dei Gulag
Le origini del Gulag, abbreviazione di Glavnoje upravlenije lagerej (Amministrazione generale dei campi di lavoro correttivi), termine assunto nel 1930 per ribattezzare la riorganizzazione del dipartimento speciale per i campi dell’Urss, sono da ricondursi al 1919, quando un decreto del Commissariato del popolo per gli interni della Russia socialista stabilì le modalità di organizzazione dei campi di lavoro nei quali dovevano essere convogliate persone arrestate e condannate dai tribunali. Esso suggeriva che ogni capoluogo di regione allestisse un campo per non meno di trecento persone ai “confini delle città o in edifici dei dintorni come monasteri, proprietà terriere, fattorie ecc.”. Prevedeva una giornata lavorativa di otto ore, mentre gli straordinari e il lavoro notturno erano autorizzati solo “in conformità al codice del lavoro”.
Già nell’estate del 1918 Lenin aveva chiesto che gli elementi inaffidabili venissero rinchiusi in campi fuori dalle città più importanti; ci finirono aristocratici e commercianti. Il primo decreto bolscevico sulla corruzione emanato nello stesso anno recitava: “Se una persona colpevole di accettare o pagare tangenti appartiene alla classe agiata e si avvale della corruzione per mantenere o acquisire privilegi legati ai diritti di proprietà, dovrebbe essere condannata ai lavori forzati più gravosi e improbi e le andrebbero confiscate tutte le sue proprietà”.
Nel febbraio 1919 Dzerzinski, a capo della Ceka (Commissione straordinaria per la lotta alla controrivoluzione, al sabotaggio e alla speculazione) pronunciò un discorso, ispirato dallo stesso Lenin, in cui spiegò la funzione dei campi nella rieducazione ideologica della borghesia. Queste nuove istituzioni dovevano “sfruttare il lavoro dei detenuti; dei signori che vivono senza lavoro; di tutti coloro che non sono capaci di lavorare senza una certa costrizione; o se prendiamo le istituzioni sovietiche, questo castigo dovrà essere applicato nei casi di lavoro poco coscienzioso, poco zelante, quando si verificano ritardi. Ciò che si propone, dunque, è la creazione di una scuola di lavoro”. Nel 1921 c’erano 84 campi di prigionia disseminati in 43 province.
Come detto, il sistema sovietico di rieducazione basato sul lavoro prese corpo alle Solovetsky, nel campo istituito nel 1920. Tanto che nel 1930, quattro anni dopo l’avvio ufficiale delle nuove regole, a una riunione di partito alle Solovetsky il dirigente locale Uspenski, riportando le sensazioni di Stalin e del Partito comunista, dichiarò: “l’esperienza di lavoro dei campi sulle Solovetsky ha convinto il Partito e il governo che il sistema carcerario deve trasformarsi in tutta l’Unione sovietica in un sistema di campi correzionali di lavoro”. Sarà il poeta Gorki a far conoscere al mondo questa inedita esperienza. Nel suo saggio, scritto subito dopo la sua visita personale alle Solovetsky del 20 giugno 1929, descrivendo le condizioni di vita e di lavoro dimostra ai lettori che i campi di lavoro sovietici non equivalgono affatto ai campi di lavoro capitalistici o a quelli dell’epoca zarista, ma sono un tipo di istituzione completamente nuovo. “Se una società europea cosiddetta colta – scriverà Gorki – osasse effettuare un esperimento come questa colonia e se questo esperimento desse dei frutti come ha fatto il nostro, tale paese darebbe fiato a tutte le sue trombe per vantarsi dei propri successi. Solo la modestia dei dirigenti sovietici ha impedito di farlo prima”.
Fu l’immensa opera del canale del Mar Bianco a dimostrare quanto fosse vincente la politica dei Gulag. Con questa opera la rotta dal Mar Bianco ai porti commerciali del Baltico poteva essere compiuta senza un viaggio di migliaia e migliaia di chilometri nel Mar Glaciale artico, circumnavigando la grande penisola scandinava. Stalin fu il principale promotore del canale del Mar Bianco e desiderava esplicitamente che fosse posto in opera per mezzo del lavoro coatto dei rieducandi. Quando il canale fu finito, nell’agosto del 1933, i suoi direttori dei lavori gli attribuirono il merito di aver dimostrato “ardimento” nell’intraprendere la realizzazione del “mastodonte idrotecnico” e l’”impresa meravigliosa di non averlo fatto con la manodopera tradizionale”. Lo stesso Gorki affermerà: “Stalin è stato l’artefice delle comunità di lavoro e di una politica di recupero attraverso il lavoro. E’ stato Stalin a lanciare l’idea di costruire il canale tra il Mar Bianco e il Baltico con l’impiego di detenuti, poiché solo sotto la sua guida era possibile un tale metodo di recupero dei pregiudicati”. Se in America c’erano voluti 28 anni per costruire il Canale di Panama, lungo 80 km, e in Asia la costruzione del Canale di Suez, lungo 160 km, aveva richiesto 10 anni, il Belomorkanal, lungo 227 km, era stato costruito in meno di due anni!
Oltre all’emulazione socialista, come avveniva in tutta la società sovietica, le autorità del campo introdussero anche la figura dell’udarnik, il lavoratore d’assalto. In seguito essi furono ribattezzati stachanovisti, in onore di Aleksej Stachanov, un minatore efficentissimo e molto produttivo. Gli udarnik e gli stachanovisti erano rieducandi che avevano superato la norma e perciò ricevevano un supplemento alimentare e altri privilegi. Gli operai più efficienti venivano anche rilasciati in anticipo; per ogni tre giorni di lavoro in cui la norma veniva realizzata al 100% ogni detenuto riscattava un giorno di pena. Quando poi il canale fu completato in tempo, vennero liberati 12.484 rieducandi. Molti altri ricevettero medaglie e premi.
Sempre in questo periodo con il contributo decisivo del lavoro coatto vennero creati grandi centri industriali negli Urali, nel Kuzbass e sul Volga; le città di Magnitogorsk e Komsomolsk sull’Amur sorsero su terre vergini. Nella Kolyma, in Siberia, il Gulag a poco a poco portava la civiltà. Venivano costruite strade dove prima c’erano solo foreste, sorgevano case nelle paludi. Nuove tecnologie furono portate nelle remote terre del Kazakhstan e del Caucaso. Fu costruita la gigantesca diga del Dnepr, che triplicò la produzione di energia elettrica. La stessa splendida e funzionale metropolitana di Mosca fu costruita grazie al lavoro dei rieducati del Gulag. I Gulag si espandevano dunque a macchia d’olio. L’Uhtpeclag produceva petrolio, la Kolyma oro, i campi della regione di Arcangelo legname.
La rieducazione socialista
I rieducandi si sentivano comunque parte integrante della cittadinanza sovietica, tanto più dalla fine degli anni ‘30 in poi, allorché venne applicato il principio secondo cui essi dovevano essere utilizzati in base alle loro particolari capacità e specializzazioni. Basti ricordare che lo stesso Tupolev, padre dell’aeronautica sovietica, iniziò a dare i suoi contributi lavorando nei Gulag e dopo aver pagato il suo tributo alla giustizia sovietica rientrò tranquillamente al suo posto di progettatore. Dopo il soggiorno nella Kolyma Sergej Korolev diresse il programma spaziale sovietico. Il generale Gorbatov, rieducato, fu uno dei comandanti dell’Armata Rossa che sferrò il glorioso attacco finale a Berlino. Come ha affermato nelle sue memorie egli non ebbe mai un attimo di esitazione all’idea di rientrare nelle forze armate sovietiche e neppure a combattere per conto del Partito comunista che lo aveva arrestato. Gorbatov scrive anche con orgoglio delle armi sovietiche di cui i suoi uomini potevano disporre “grazie all’industrializzazione del nostro paese” a cui avevano dato un contributo importante i rieducandi dei Gulag. Dopo la vittoria sul nazifascismo diversi ex detenuti furono insigniti del titolo di eroi dell’Unione sovietica, la massima onorificenza militare dell’Armata Rossa, moltissimi altri ricevettero medaglie e premi, nonché passaggi di grado nell’esercito e ammissione al Partito comunista.
Lo slogan “Tutto per il fronte! Tutti per la vittoria!” aveva suscitato un’eco calorosa nel cuore di chi lavorava nei Gulag, la cui produzione industriale contribuì enormemente allo sforzo bellico.
Nei limiti del possibile ai rieducandi veniva offerto quello a cui aveva diritto tutto il popolo: istruzione, scuola di Partito, asili nido per le detenute con prole, rappresentazioni teatrali, lettura e pubblicazioni di giornali. Il “Perekovka” (Rieducazione) ad esempio era scritto e pubblicato dai detenuti del canale Moscova-Volga, un progetto partito sulla scia del successo del canale del Mar Bianco, e vi si trovavano anche rubriche di dibattito e di proteste allo scopo di migliorare le condizioni di vita dei campi e la loro direzione. Dopo la morte di Stalin il caos e la disorganizzazione presero a dilagare nei Gulag. A Beria, che per assecondare il rinnegato e traditore Krusciov avallò l’idea dell’inutilità del lavoro collettivo coatto, la situazione sfuggì ben presto di mano. Rivolte e scioperi si susseguirono in tutti i campi del Paese, tanto che ci fu il ricorso ripetuto all’uso delle armi fino all’impiego dei carri armati contro gli insorti. I detenuti più attivi nelle sommosse erano quelli antisovietici: “fratelli della foresta” baltici, militanti nazionalisti ucraini, soldati dell’armata del generale Vlasov (che aveva collaborato attivamente con Hitler), membri di sette religiose. Con Krusciov i Gulag persero il loro significato originale. Non avevano più uno scopo rieducativo ma unicamente repressivo, gestiti con metodi arbitrari e clientelari.
Il rilascio dei prigionieri politici iniziò nel 1954 e si diffuse, accompagnandosi alle riabilitazioni di massa, dopo il colpo di Stato di Krusciov al XX Congresso del PCUS del 1956. Ufficialmente i Gulag furono soppressi dall’ordinanza del 25 gennaio 1960 del ministero degli interni sovietico.
Falsità e menzogne sui numeri
Un gran baccano velenoso viene sollevato artatamente sul numero dei detenuti nei Gulag, sposando cifre fantasiose di decine e decine di milioni avanzate da controrivoluzionari e anticomunisti storici russi e non solo.
In realtà nel 1921 erano 70 mila su una popolazione di oltre 135 milioni e nel momento della massima espansione, all’inizio degli anni ‘50, i detenuti furono all’incirca 2 milioni e mezzo su una popolazione di più di 200 milioni.
Basti pensare che dopo l’implosione dell’Urss nel ‘91 il numero dei detenuti delle colonie penitenziarie non ha smesso di aumentare e supera oggi il milione nella sola Federazione russa, assai meno popolata dell’Urss di Stalin.
I borghesi e gli anticomunisti non prendono volutamente in considerazione che dal 27 giugno 1929 il Politbjuro dell’Urss adottò il significativo provvedimento per cui tutti i detenuti condannati a una pena superiore ai tre anni sarebbero stati trasferiti, da quel momento in avanti, nei campi di lavoro collettivi. E nemmeno che la collettivizzazione delle campagne e relativa lotta di classe contro i kulaki, portò nel 1930 300.000 contadini ricchi antisovietici nel Gulag. Eppure per le teste d’uovo della borghesia anticomunista, fra cui spicca il “maoista” pentito, professore inglese nonché funzionario del ministero degli Esteri britannico a Sofia e New York, Robert Conquest, ben 6 milioni e 500 mila kulaki sarebbero stati “massacrati” nel corso della collettivizzazione forzata delle campagne.
5 milioni di internati politici nei Gulag, all’inizio del 1934, (in realtà erano tra i 127 mila e i 170 mila) più sette milioni arrestati durante le cosiddette “purghe” del 1937-1938 facevano dodici; Conquest aggiunge poi un milione di giustiziati e due milioni di morti per cause diverse durante quei due anni.
Sempre per costui ci sarebbero stati 9 milioni di detenuti politici nel 1939 “senza contare quelli comuni”. Ma al 1° gennaio di quell’anno i rieducandi del Gulag erano poco più di 1.600.000!
Anche per Medvedev, ideologo del rinnegato e traditore Gorbaciov, “c’erano, quando Stalin era vivo, dai dodici ai tredici milioni di persone nei campi”. Sotto Krusciov, che avrebbe fatto “rinascere le speranze di democratizzazione”, le cose “andavano molto meglio” visto che nel “Gulag non c’erano più di 2 milioni di criminali comuni”.
Per gli storici della borghesia ci sarebbero stati una media annua di 8 milioni di detenuti nei campi. In realtà, il numero dei detenuti politici oscillò tra un minimo di 127.000 nel 1934 e un massimo di 500.000 durante i due anni di guerra, nel 1941 e nel 1942. Dunque le cifre reali sono state moltiplicate di ben 16 volte.
Tra il 1937 e il 1938 i campi sarebbero straripati di 7 milioni di “politici”, e ci sarebbero stati oltre 1 milione di esecuzioni e 2 milioni di morti. In realtà, dal 1936 al 1939, il numero dei detenuti nei campi aumentò di 477.789 persone (passando da 839.406 a 1.317.195). Un fattore di falsificazione pari a 14 volte. In due anni i decessi furono 115.922 e non 2.000.000. Là dove 116.000 persone erano morte per cause diverse, i denigratori del socialismo aggiungono 1.884.000 “vittime dello stalinismo”.
Secondo Conquest e compagnia, tra il 1939 e il 1953, nei campi di lavoro ci fu il 10% di decessi all’anno, per un totale di 12 milioni di morti. Una media di 855.000 morti all’anno. In realtà, il numero reale, in tempi normali, era di 49.000. Solo durante i quattro anni di guerra, quando la barbarie nazista imponeva delle condizioni insopportabili a tutti i sovietici, la media dei decessi salì a 194.000.
Una delle calunnie più ricorrenti afferma che l’epurazione dei controrivoluzionari mirava a eliminare la “vecchia guardia bolscevica”. Secondo lo storico russo anticomunista Brzezinski nel 1934 c’erano 182.600 “vecchi bolscevichi” nel Partito, cioè membri che vi avevano aderito al più tardi nel 1920. Nel 1939 se ne contavano 125.000. La grande maggioranza, il 69%, era quindi rimasta nel Partito. C’era stata, durante quei cinque anni, una perdita di 57.000 persone, cioè il 31%. Alcuni erano morti per cause naturali, altri erano stati espulsi, altri ancora giustiziati. E’ chiaro che i “vecchi bolscevichi” cadevano, durante l’epurazione, non perché fossero “vecchi bolscevichi”, ma a causa del loro comportamento politico revisionista, controrivoluzionario e antisocialista.
E’ evidente come l’attacco ai Gulag è l’attacco al socialismo realizzato. Sì perché dietro alle cifre menzognere non c’è niente di “scientifico”, c’è l’odio viscerale contro il socialismo e contro coloro che l’hanno elaborato e realizzato. Finché fu vivo Stalin, la borghesia interna e internazionale non ebbe alcun spazio in Urss e nel movimento comunista internazionale, fu denudata, sbugiardata, umiliata e sconfitta e visse nel terrore del suo tramonto storico, lei che si ritiene eterna e universale, mentre la realtà sovietica quotidiana mostrava quanto essa fosse superflua e inferiore rispetto alla nuova classe proletaria giunta al potere dell’economia, dello Stato e dell’intera società. E’ stato grazie ai rinnegati Krusciov, Breznev fino a Gorbaciov e Eltsin in Urss e all’esperienza storica del PCI revisionista in Italia che la borghesia internazionale e nazionale ha potuto rialzare la testa e vomitare tutta la bile accumulata contro l’esperienza socialista realizzata da Lenin e Stalin in Urss e da Mao in Cina.
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E’ diverso tempo che i servi del regime neofascista hanno scatenato una martellante campagna propagandistica arrivando persino ad esaltare figure Imre Nagy controrivoluzionario e agente dell’imperialismo.
Nel caso dell’Ungheria l’obiettivo è quello di dimostrare che non si trattò di un tentativo controrivoluzionario di spaccare l’allora campo socialista, promosso dall’imperialismo, bensì di un’insurrezione popolare di carattere “democratico” e “libertario”, contro il “regime stalinista”, che precorse e preparò il “crollo del comunismo” cominciato nel 1989 con la caduta del muro di Berlino.
Sappiamo che loro sono “ex comunisti” pentiti oggi militanti del PD che amano fare “ricostruzioni storiche” copiando ampi stralci dal libro nero del comunismo in cui viene esaltata la controrivoluzione ungherese del ‘56. Li conosciamo ma siamo consci che una “vittoria” è tanto più schiacciante se a riconoscerla e a proclamarla è proprio l’ex “nemico” di ieri passato armi e bagagli nel campo del “vincitore”, come è il caso del borghese Giorgio Napolitano e del trotzkista Pietro Ingrao o di questi secidenti blogghisti di sinistra, che si sono stracciati pubblicamente le vesti per abiurare le loro posizioni di allora a favore dell’intervento sovietico.
Per noi non c’è nessun giudizio storico da rivedere, e sui fatti ungheresi del 1956 vale ancora il verdetto che allora fu pronunciato dal movimento comunista internazionale, compreso il PCI in cui militava l’attuale inquilino del Quirinale: si trattò di un attacco controrivoluzionario al campo socialista, fomentato dall’esterno dall’imperialismo che seppe sfruttare, come ben comprese e chiarì Mao, certe contraddizioni in seno al popolo, appoggiandosi alla borghesia e alle altre classi reazionarie spodestate, nonché ad elementi revisionisti nello stesso Partito comunista ungherese, primo fra tutti il traditore Nagy, per sovvertire il regime socialista in Ungheria e portarla nella sfera occidentale e della Nato.
Del resto, fin da quando Churchill inaugurò la “guerra fredda” accusando l’Unione Sovietica di aver diviso l’Europa con una “cortina di ferro”, attacchi dall’esterno e tentativi di sovversione dall’interno si sono succeduti incessantemente negli anni del dopoguerra ai danni dei Paesi socialisti, laddove gli imperialisti individuavano dei punti deboli e occasioni di ingerenza, come a Berlino, nella Repubblica democratica tedesca, in Polonia e nella stessa Ungheria. Quello attuato in questo Paese fu il più violento e sanguinoso, un vero e proprio scatenamento del terrore bianco, con massacri ed eccidi di militanti e dirigenti comunisti, operai, soldati e civili inermi. Mancò poco che il tentativo riuscisse e l’Ungheria passasse nel campo imperialista.
Il traditore Nagy, che dalla sua posizione di dirigente del Partito comunista e primo ministro del governo si mise a capeggiare la controrivoluzione, ai primi di novembre aveva già annunciato l’uscita dell’Ungheria dal Patto di Varsavia, primo passo verso il cambiamento di campo. Proprio in quei giorni, con l’attacco anglo-franco-israeliano all’Egitto di Nasser, che aveva nazionalizzato il canale di Suez, l’imperialismo occidentale mostrava tutta la sua arroganza e aggressività sulla scena internazionale, e la spaccatura del campo socialista agendo sui suoi anelli più deboli, come l’Ungheria, faceva chiaramente parte di questa strategia.
L’intervento sovietico, sollecitato a gran voce dal movimento comunista internazionale, riuscì a sventare questo tentativo e a ristabilire il potere socialista in Ungheria e l’equilibrio internazionale; anche se ormai, dopo il XX Congresso del PCUS tenutosi proprio in quello stesso anno, il revisionismo kruscioviano andava affermandosi nell’Urss e in tutti gli altri Paesi dell’Est europeo, e dunque anche nell’Ungheria appena riconquistata al campo socialista.
Fu il revisionismo, cioè il ritorno della borghesia al potere nei Paesi socialisti con un’azione dall’interno stesso del partito e dello Stato proletari, come il colpo di Stato kruscioviano e la “destalinizzazione” in Urss che gli dettero il via, la vera causa, il vero cancro che portò nei decenni successivi alla disgregazione e al crollo dell’ormai ex campo socialista nell’Europa dell’Est.
Mao comprese perfettamente la natura controrivoluzionaria dei moti ungheresi e l’avanzare del revisionismo, che a partire dal XX Congresso del PCUS stava cambiando il volto dei Paesi socialisti, e lo spiegò nel magistrale discorso del 1957 “Sulla giusta soluzione delle contraddizioni in seno al popolo”: “I reazionari all’interno di un paese socialista, in connivenza con gli imperialisti – spiegava – approfittano delle contraddizioni in seno al popolo per fomentare discordie e creare disordini allo scopo di far trionfare il loro complotto. Questa lezione tratta dai fatti d’Ungheria merita la nostra attenzione”. Egli fece poi tesoro di quella lezione per prevenire la restaurazione del capitalismo in Cina, promuovendo a questo scopo la Grande rivoluzione culturale proletaria e sviluppando con essa la teoria marxista-leninista di Marx, Engels, Lenin e Stalin.
Ma all’epoca dei fatti d’Ungheria i revisionisti ancora si mascheravano e non avevano preso il sopravvento nel movimento comunista internazionale, e perciò appariva chiaro che schierarsi con gli insorti equivaleva a schierarsi con l’imperialismo, la borghesia, la chiesa, i fascisti e tutta la reazione, mentre difendere l’intervento sovietico voleva dire difendere il proletariato internazionale e il socialismo. Lo stesso Togliatti scriveva allora: “È mia opinione che una protesta contro l’Unione sovietica avrebbe dovuto farsi se essa non fosse intervenuta, e con tutta la sua forza questa volta, per sbarrare la strada al terrore bianco e schiacciare il fascismo nell’uovo”.
Anche se ora sappiamo che queste posizioni di allora del vertice revisionista del PCI erano posizioni obbligate e dettate solo da opportunismo, tant’è vero che ai fatti d’Ungheria seguì l’VIII Congresso, con la “via italiana al socialismo”, che sancì definitivamente la linea revisionista e riformista di quel partito.
Non c’è dunque nessun fatto “nuovo” che possa ribaltare il giudizio sulla scelta di campo che fu fatta allora dai sinceri comunisti e da tutti i fautori del socialismo. Che lo facciano oggi dei borghesi, dei rinnegati e dei pentiti, che allora non ne ebbero il coraggio solo perché i tempi non erano ancora “favorevoli” e sarebbero stati spazzati via dal proletariato, ciò non sposta di una virgola la verità storica già acclarata.
Dobbiamo tenere fermi i verdetti storici, non facendoci influenzare dalle autocritiche dei rinnegati del comunismo, come quelle di questi giorni di Giorgio Napolitano , di Pietro Ingrao sui ‘fatti di Ungheria’ del ‘56 o dei militandi del PD.
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Si parla troppo di Stalin, quando purtroppo si conosce troppo poco dell’URSS. Oggi la vittoria del capitalismo ha cambiato il pensiero degli uomini (in peggio, basta guardarsi intorno) e il suo senso comune.
Solo con il declino dell’URSS il pensiero capitalista ha potuto infangare la storia dell’uomo che insieme a Lenin ha saputo costruire l’alternativa reale al capitale. Stalin era il frutto del processo politico dell’URSS punto e basta. Se dobbiamo criticare lui allora facciamo anche sul nome di quei 20 milioni di sovietici che ci hanno donato la libertà dal nazismo.
Stalin ha vinto la sua battaglia contro Trotsky al comitato centrale del PCUS. Trotsky concedendo perfino interviste infangatrici sull’URSS fu il massimo traditore della patria bolscevica. L’odio verso Stalin, l’uomo che fermò Hitler, che creò la Russia moderna e fece rinascere la Chiesa Russa dopo gli eccessi trotzkisti, è il terreno comune di questi anticomunisti che solo il piccone può fermare.
Stalin è ancora molto amato dai russi. In un ampio sondaggio condotto di recente dalla TV russa, Stalin è stato scelto come “il più importante personaggio nella storia russa”, insieme a Sant’Alexander Nevsky. I russi ricordano bene che Stalin divenne leader di una nazione analfabeta devastata dalla guerra civile, una nazione senza un’industria, con un’agricoltura morente, senza denaro e con debiti immensi, circondata da nemici. Egli creò l’industria, costruì case e strade, creò un sistema sanitario gratuito e un eccellente sistema scolastico per tutti; rese la Russia il paese con la migliore istruzione del mondo e solo oggi con il declino dell’URSS e di Stalin i troskysti sono ritornati di moda e questo dovrebbe farli pensare quanto siano utili al sistema proprio come Trotsky lo fu come emblema dell’anticomunismo.
In URSS non vi era democrazia come non ve ne è mai stata in occidente, ma senza il bolscevismo di Stalin oggi non vi sarebbero diritti e coscienza di classe. Prima della Rivoluzione d’Ottobre vi erano le barbarie oggi il comunismo col suo modello statale ha cambiato il Capitalismo, perfino permettendogli di salvarlo dalla crisi del ‘29 e da quella attuale.
Non si può guardare il mondo di ieri con gli occhi di oggi. I valori e gli ideali cambiano col cambiare delle epoche storiche. Stalin va visto in un contesto dove l’URSS era in guerra (prima guerra mondiale, guerra civile scatenata dagli occidentali, seconda guerra mondiale) e aveva un popolo ridotto in malora dallo zarismo. Quando la gente ha fame diventa fuori controllo e quando i Kulaki sabotavano i raccolti o quei pochissimi trattori venivano massacrati dal popolo. Chi non farebbe così se la sua famiglia fosse stata messa in pericolo di vita?
I gulag furono una forma di carcerazione giusta contro i troppi ricchi che applicavano soprusi e terrorismo contro la popolazione. E quando un popolazione povera come quella dell’URSS dovette affrontare sempre guerre cosa dovevano fare i vertici? Occuparsi anche del cibo di migliaia di assassini venduti al potere della ricchezza? Qualcuno se ne andava…pazienza.
Ovviamente a Stalin attribuiscono 40 milioni di morti (ormai chi contesta più quando quasi tutti si sono assoggettati al sistema capitalistico?) e come per magia vi infilano i morti della seconda guerra mondiale, delle carestie, della guerra civile e poi qualche gulag.
Senza ombra di dubbio vi furono eccessi di allarmismo che portarono ad essere imprigionati degli innocenti (quale sistema non ne ha mai avuti), ma il dato di fatto è che l’URSS con i suoi difetti ed errori ha portato alla salvezza miliardi di vite con i suoi modelli sociali.Ha fatto si che altri paesi si ribellassero allo sfruttamento. Ha fatto si che nel mondo si conoscesse il socialismo reale e non solo più teorico. Le lotte e i diritti dei bolscevichi furono l’anticamera delle nostre lotte. Senza URSS e Stalin non avremmo avuto nulla di ciò.
Trotsky avrebbe dichiarato guerra al mondo intero con la sua ottica del socialismo in tutto il mondo. Infatti perse clamorosamente la sua battaglia politica. Trotsky non capì che l’ottica di Stalin era quella simile alla sua perché appena ne ebbe l’occasione “invase” mezza Europa.
Stalin parlava di socialismo in un unico paese perché giustamente capì che prima il comunismo andava perfezionato e rafforzato (soprattutto dopo le guerre). Stalin aprì, dopo la guerra, il ciclo di promozione della pace come strumento di lotta. Appena dopo la guerra gli USA parlavano già di guerre e loro rispondevano con trattati di pace in tutto il mondo. L’URSS iniziò il suo declino nel momento in cui Krusiov aprì le porte ai poltronai abbattendo il mito di Stalin con un rapporto che lo condannava politicamente.
Non cercò lo scandalo perché la popolazione aveva vissuto quei periodi ed era ancora viva e vegeta. Fece ciò per aprire le porte in futuro a uomini come Gorbaciov. A gente che si attanagliò al potere con una ferocia mai vista. Perfino organi importanti dell’armata rossa complottarono una contro rivoluzione perché Stalin li destituì dai loro incarichi (mica si resta sulle poltrone in eterno!).
Questi in processo ammisero le loro colpe e i loro desideri di potere e prestigio. La corruzione avanza in modo esponenziale e in men che si dica ci si ritrova per terra. Basti vedere da Togliatti a Berlinguer come si sgretolo il PCI. al suo interno apparvero i vari Veltroni, Fassino ,D’Alema, Franceschini e Bersani uomini asserviti alle forze capitalistiche che uccisero dal suo interno il partito facendolo diventare una filiale di banche,assicurazioni e industrie.
Leggi I criminali revisionisti
Continuano le aggressioni e le provocazioni degli amici di Prodi, Veltroni,D’Alema, Franceschini, Bersani e del PD ai miei post sui veri eroi del comunismo. Queste mele marce traditrici della rivoluzione si sono convertite al consociativismo borghese e sono i veri nemici della lotta rivoluzionaria. Non avendo argomenti politici e essendo dotati di scarsa cultura pensano di risolvere le contraddizioni che hanno con noi, con il proletariato, il socialismo e il comunismo calunniando chi si è sacrificato nelle lotte infangandolo con quello che per loro è l’unica verità. Il libro nero del comunismo.
Ma si sbagliano di grosso poiché ciò che è scritto è scritto e nessuno potrà mai cancellarlo. In ogni caso noi non abbiamo paura.
Quello che ci preoccupa non è tanto il male e i danni che questi provocatori possono arrecare quanto l’influenza perniciosa che essi possono esercitare nei confronti dei rivoluzionari sinceri e in buona fede che credono di trovare nel PD e nei suoi affiliti la risposta giusta alla loro sete di giustizia sociale, di libertà dal capitalismo e dall’imperialismo.
E’ perciò interesse comune di tutti gli autentici comunisti, gli antifascisti conseguenti e gli antagonisti condannarli e isolarli.
Noi abbiamo già dimostrato che la loro linea politica è assolutamente inconciliabile col marxismo-leninismo-pensiero di Mao, con la via dell’Ottobre, col socialismo e con il comunismo. Ora le loro aggressioni ai marxisti-leninisti confermano nella pratica che si tratta effettivamente di gruppi provocatori al soldo della reazione, che hanno in odio il Partito del proletariato e il comunismo.
Essi si comportano, nella teoria, nella politica e nella pratica esattamente come si comportavano i trotzkistisi nell’Urss ai tempi di Lenin e di Stalin. Da questa nostra esperienza abbiamo un elemento in più per capire quanto questi nostri maestri hanno dovuto penare per liberarsi dai controrivoluzionari e agenti della borghesia e della reazione mondiale mascherati da comunisti simili ai nostri aggressori.
Ogni sincero e onesto rivoluzionario, ma anche qualsiasi progressista e democratico, deve riflettere sul loro comportamento cominciando col chiedersi come mai essi aggrediscono i marxisti-leninisti nelle manifestazioni del loro pensiero quando combattiamo l’imperialismo o la disoccupazione. Evidentemente non vogliono che le giuste parole d’ordine penetrino nelle masse e che si realizzi un’ampia unità d’azione delle masse e delle organizzazioni politiche che si battono per le stesse rivendicazioni. Anziché unire dividono, anziché creare ampi fronti uniti restringono il campo dei combattenti alle sole avanguardie, anziché dare spazio ai marxisti-leninisti cercano di toglierlo loro del tutto e di emarginarli dai movimenti di lotta.
Sorge allora spontanea la domanda. Ma per chi lavorano costoro? Hanno qualcuno che protegge loro le spalle?
Certamente sì, perché è fuori dubbio, come dimostrano i fatti, che non lavorano per il proletariato, la rivoluzione socialista e la causa del socialismo.
Chi è allora che li manovra? Qualcuno che potrebbe trovarsi dentro il governo, nei servizi segreti o nel movimento neorevisionista e trotzkista.
Tutti sappiamo che è dal ‘67 che i falsi comunisti – ieri i revisionisti militanti del PCI, oggi neorevisionisti militanti del PD e le loro coperture a “sinistra” -, le “forze dell’ordine” e la magistratura che ci vengono addosso, con provocazioni, inchieste, processi e condanne, perché sanno benissimo che solo una forte, grande e radicata ideologia marxista-leninista è in grado di riunire, organizzare e mobilitare le masse proletarie, popolari e giovanili per combattere il capitalismo e realizzare il socialismo.
Forse tutte queste forze al servizio della classe dominante borghese in camicia nera e della seconda repubblica neofascista, presidenzialista e federalista pensano che sia giunto il momento per darci il colpo di grazia Ma si sbagliano di grosso, anche se riuscissero allo scopo non potranno mai liberarsi dello spettro del comunismo. Ci saranno sempre dei proletari rivoluzionari che rialzeranno le invincibili bandiere rosse e sapranno riconoscere i veri maestri e del comunismo.
vi invito a leggere:
gulag scuole di formazione e di rieducazione
imre nagy controrivoluzionario e agente dell’imperialismo
il piccone, strumento marxista lenninista di rieducazione
Pol pot un eroe rivoluzionario
Lavrentij berija un eroe moderno
Tanti auguri Joseph

Pol Pot fulgido esempio di dirigente rivoluzionario fedele al proprio popolo e campione indomito della lotta per l’indipendenza e la liberazione nazionale.
Il 15 aprile 1998, alle 23,15 (ora locale), in terra cambogiana Pol Pot ci lasciava per sempre. Da anni era gravemente malato di malaria e ciò nonostante aveva continuato a stare fra il suo popolo, nella giungla, a combattere per la libertà e l’indipendenza del suo Paese e mai si era lasciato sfiorare dall’idea di rifugiarsi e andare a curarsi altrove, di abbandonare la sua terra e le sue genti.
Noi ricorderemo il grande leader Camboigano per sempre per essere stato un fulgido esempio di dirigente rivoluzionario fedele al proprio popolo e campione indomito della lotta per l’indipendenza e la liberazione nazionale. Egli è sempre stato alla testa del suo popolo contro il colonialismo, l’imperialismo e il socialimperialismo che con le armi volevano sottomettere e annientare la Cambogia; uno dei figli migliori del popolo cambogiano ai cui interessi ha immolato la propria vita, tutto se stesso.
Dobbiamo essere profondamente riconoscenti a Pol Pot perché egli ha dimostrato come un piccolo e disarmato popolo può far mangiare la polvere all’imperialismo purché sia animato e guidato da una giusta linea rivoluzionaria, anticoloniale e antimperialista; Lui che ha liberato il suo Paese dall’imperialismo americano e dalla cricca di Lon Nol, prima, e di aver impedito ai revisionisti vietnamiti di fagocitarsi in un sol boccone la Cambogia e per essersi sempre rifiutato di svendere la guerriglia e di sottoscrivere la resa al regime di Phnom Penh anche a costo di essere sottoposto all’umiliazione di un processo pubblico farsa, all’arresto e al tradimento di falsi khmer rossi.
Pol Pot verrà ricordato come il Segretario del Comitato centrale del Partito comunista del Kampuchea, come primo ministro del Kampuchea Democratico dal 17 aprile 1975, giorno della liberazione, al 7 gennaio 1979 giorno in cui l’esercito revisionista vietnamita, manovrato dall’Urss imperialista, invase l’allora paese socialista.
La figura e la storia di Pol Pot può invece essere definita quella di un figlio fedele e generoso del popolo kampucheano. Fedele perché ha dedicato tutta la sua vita alla causa dell’indipendenza del proprio paese e alla liberazione del suo popolo. Liberazione dagli eserciti occupanti e liberazione dallo sfruttamento colonialista e capitalista. Generoso perché non ha lesinato energie al servizio della causa del Kampuchea, della rivoluzione kampucheana, nella costruzione del socialismo.
Figlio di una famiglia contadina, nasce a Kompong Thom nella zona centrale del paese. Com’era costume vive per sei anni presso la pagoda per imparare a leggere e a scrivere. Per due anni è anche monaco. Frequenta poi la scuola primaria e secondaria dove segue un indirizzo tecnico. Dopo aver superato l’esame ottiene una borsa di studio per continuare gli studi all’estero, in Francia.
Qui milita nel movimento degli studenti progressisti cui dedica molto tempo tralasciando gli studi. Le autorità gli revocano la borsa di studio e deve rientrare in patria dove entra nel movimento clandestino a Phnom Penh; in seguito raggiunge i partigiani per partecipare alla lotta contro il colonialismo francese.
Dopo gli accordi di Ginevra del 1954, che stabilirono il ritiro delle truppe colonialiste francesi dal paese, la fine del regime coloniale e l’indipendenza della Cambogia, ritorna nella capitale e continua a condurre attività clandestine contro il governo in carica. Ben presto diviene il responsabile regionale del movimento di opposizione a Phnom Penh e responsabile dei collegamenti con la campagna. Nella vita pubblica appare come professore di storia, geografia e educazione civica ed insegna in una scuola privata.
Nella capitale il 30 settembre 1960, al termine di un lavoro di preparazione iniziato nel 1957, si tiene il congresso di fondazione del Partito comunista del Kampuchea (Pck). Pol Pot è eletto membro del Comitato centrale e del Comitato permanente del Comitato centrale. Nel 1977, nel corso di una manifestazione pubblica in occasione del 17° anniversario della fondazione del partito, Pol Pot annunciandone ufficialmente l’esistenza affermerà: “Questo congresso ha segnato una svolta storica per la nostra nazione, per il nostro popolo, per la nostra rivoluzione e per la classe operaia del Kampuchea. Esso segna il giorno in cui il Partito comunista del kampuchea, un partito marxista-leninista autentico, è nato realmente“.
Il Pck dall’analisi della situazione del paese, caratterizzata da una dipendenza dall’imperialismo americano tanto che era in condizioni di una semicolonia, fissa come compito quello di unire tutte le forze del popolo per cacciare l’imperialismo americano. Fissa i compiti per la rivoluzione democratica che ha lo scopo di liberare tutto il popolo composto all’85% da contadini. Un progetto corraggioso e audace ma che unendo gli operai e i contadini con la piccola borghesia e la borghesia nazionale, con le personalità progressiste e patriottiche permetterà la vittoria nella guerra contro il regime fascista di Lon Nol e l’imperialismo americano. Tutto il partito lavora assiduamente al progetto e inizia a trasferire progressivamente i membri del Comitato centrale da Phnom Penh nelle campagne per mobilitare direttamente le masse contadine e sottrarsi al controllo sempre più assiduo della polizia governativa.
Pol Pot lascia la capitale nel 1963 e si installa nelle regioni lontane del paese e viaggia in lungo e in largo condividendo la vita delle masse popolari contadine. La sua base di appoggio è situata in una regione abitata da minoranze nazionali nel nord-est.
Nel 1961 è eletto segretario aggiunto del Comitato permanente e nel 1963, al secondo congresso del partito, segretario del Comitato centrale.
La lotta di liberazione comincia a svilupparsi; armato di soli coltelli, asce e bastoni il popolo inizia ad attaccare le guarnigioni periferiche dell’esercito governativo. Nel 1967 a Samlaut scoppia un sollevamento armato spontaneo.
Il Pck stabilisce che sono mature le condizioni per lanciare la lotta armata in grande stile in tutto il paese. Nel gennaio 1968 la prima insurrezione scoppia nel nord-ovest; è l’inizio della guerra popolare che, combinando guerra regolare e guerra di guerriglia, porterà il 17 aprile del 1975 l’esercito rivoluzionario del Kampuchea a liberare Phnom Penh e a cacciare la cricca fascista di Lon Nol e i soldati americani che avevano invaso il paese. Il Kampuchea è il primo paese dell’Indocina a riportare la vittoria sull’imperialismo americano.
Portata a termine con successo la fase della rivoluzione nazionale democratica il Pck inizia quella della difesa del Kampuchea, della continuazione della rivoluzione socialista e l’edificazione del socialismo nel paese.
Uno dei problemi era la eccessiva concentrazione della popolazione nella capitale, costituita in parte da rifugiati di guerra in parte attratti dal regime di Lon Nol e gravitanti attorno all’economia di guerra e ai dollari spesi dagli occupanti americani. Non sarebbe stato possibile per il nuovo governo diretto da Pol Pot garantire una vita dignitosa alla gran massa di abitanti di Phnom Penh da parte di un paese ridotto alla fame e piagato dai bombardamenti Usa. Ecco perché il governo caldeggiò e favorì il trasferimento di una fetta di abitanti nelle campagne a lavorare.
La politica del nuovo governo del Kampuchea Democratico è così illustrata nel 1977 da Pol Pot: “prendiamo l’agricoltura come fattore fondamentale e ci serviamo dei capitali accumulati attraverso l’agricoltura per edificare progressivamente l’industria e trasformare in breve tempo il Kampuchea in un paese agricolo moderno, poi in un paese industriale, attenendoci fermamente alla linea di indipendenza, di sovranità e di contare fondamentalmente sulle nostre forze. (…) Il nostro obiettivo è di mettere in campo, consolidare e sviluppare progressivamente i complessi industriali e artigianali di grandi, medie e piccole dimensioni, a Phnom Penh, nelle altre zone, regioni, distretti e nelle cooperative. (…)
Nell’immediato il nostro obiettivo principale (nell’educazione, ndr) è l’eliminazione dell’analfabetismo. Nella vecchia società vi erano delle scuole e licei e un certo numero di facoltà ma in campagna il 75% della popolazione, in particolare i contadini poveri e medio poveri non sapevano né leggere né scrivere, e anche in città il 60% dei lavoratori erano analfabeti. Attualmente, appena due anni dopo la liberazione, solo il 10% della popolazione è analfabeta (oggi è di nuovo il 50%, ndr). (…) Abbiamo sviluppato e svilupperemo delle reti sanitarie creando dei centri ospedalieri e dei centri di fabbricazione dei medicinali in tutte le cooperative e nella capitale. (…) La salute del nostro popolo ha conosciuto un miglioramento considerevole. Abbiamo eliminato definitivamente le malattie sociali e la tossicomania”.
Il popolo del Kampuchea impegnato a migliorare le proprie condizioni di vita vuol vivere in pace e in relazioni di amicizia con tutti i popoli e paesi. Il governo di Pol Pot persegue una corretta politica di non ingerenza e di rispetto dell’indipendenza, sovranità e integrità territoriale degli altri paesi, una politica di pace e di non allineamento. Ma l’opera di edificazione e costruzione del socialismo è brutalmente stroncata sul nascere dall’aggressore vietnamita che, spinto dall’allora socialimperialismo sovietico, dopo una serie di provocazioni iniziate già nel 1977 invade in forze il Kampuchea il primo gennaio del 1979.
In evidente stato di inferiorità di forze il governo del Kampuchea abbandona la capitale e si rifugia nelle campagne da dove dirigerà la guerra di resistenza di lunga durata.
La dura occupazione vietnamita provocherà altri lutti e massacri al popolo kampucheano; il regime di Hanoi, spalleggiato dal socialimperialismo e dall’imperialismo, per coprire i propri e tentare di giustificare l’aggressione denuncerà i presunti massacri del legittimo governo kampucheano. La realtà è che se il popolo kampucheano fosse stato veramente la vittima del governo di Pol Pot non darebbe certo il suo determinante contributo nella lunga guerra di resistenza contro gli aggressori. Una guerra che il Kampuchea conduce praticamente da solo, con le proprie forze.
Per permettere la formazione di un largo fronte di resistenza, nel 1980, Pol Pot lascia la carica di primo ministro e favorisce la formazione di un governo di coalizione nazionale e assume quella di comandante supremo dell’Esercito nazionale del Kampuchea Democratico. Dirige la resistenza antivietnamita, che impedirà al regime di Hanoi di controllare il paese e annetterlo, fino al 1985 quando lascerà per raggiunti limiti di età su proposta del governo di coalizione il quale gli affida la carica di direttore dell’alto istituto per la difesa nazionale, l’ultima carica ufficialmente conosciuta. Dando un grande esempio di generosità e dedizione alla causa del Kampuchea e del suo popolo per il cui bene ha messo in secondo piano la propria persona.
Gli accordi di Parigi del 1991 porteranno al ritiro dell’esercito di occupazione vietnamita e alle “libere” elezioni sotto la tutela dell’Onu nel 1993; elezioni denunciate come farsa dalla resistenza khmer che le ha boicottate e non ha riconsegnato le armi. Il governo di coalizione diretto dal principe Norodom Ranariddh e dall’ex fantoccio degli aggressori vietnamiti Hun Sen si caratterizza ben presto per la corruzione, i traffici di armi e droga, la prostituzione infantile che hanno riportato il paese nelle tenebre del passato sotto la dominazione imperialista da cui Pol Pot era riuscito a farlo emergere.
I falsi khmer rossi tradiscono Pol Pot, svendono la guerriglia per avere salva la vita e per un posto nel governo attraverso l’intesa con Ranariddh. Hun Sen risponde col golpe del 5 luglio 1997 che gli assicura il pieno potere a Phnom Penh.
In seguito i falsi Khmer rossi sottoposero Pol Pot a un processo farsa e alla condanna all’ergastolo per certificare al mondo il loro tradimento. In una successiva e ultima intervista rilasciata a un giornalista americano, Pol Pot riafferma le sue ragioni e la fedeltà alla causa per il quale si è battuto per tutta la sua vita: “Ho agito per il bene della popolazione, non per sterminarla, e ho la coscienza tranquilla… voglio sappiate che tutto quello che ho fatto, l’ho fatto per il mio Paese”.
Che Pol Pot viva in eterno e il suo nome divenga un simbolo della lotta antimperialista.





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